fuoripunto.

au-delà des limites. beyond the expectations. oltre il confine.

Tutti i rumori dell’universo, più uno.

Foto di Namroud Gorguis su Unsplash

C’è un disco che viene pubblicato nel 1975: nella sua versione originale è composto da due vinili su cui sono incise distorsioni che non seguono alcun ritmo o melodia, una cacofonia che non lascia scampo e che sembra una provocazione fine a sé stessa. Per dirla con le parole di Lester Bangs, critico musicale tra i più bizzarri e influenti del periodo, “stiamo parlando di due dischi che durano un’ora e non contengono altro che rumori di feedback a palla registrati a varie frequenze, messi come sottofondo di altri strati di rumore, divisi a metà in due canali totalmente separati di strilli e sibili del tutto inumani e venduti a un pubblico che, per dirla all’acqua di rose, non era preparato a una cosa del genere.” [1]

Quel disco è Metal Machine Music di Lou Reed: lo stesso di Perfect day, Walk on the wild side o Sally can’t dance, ma anche dei Velvet Underground, che col loro suono sporco e dissonante hanno aperto la strada a decine di band punk, noise e shoegaze. Come suona? Le parole di Lester Bangs sono ancora perfette, riuscendo benissimo a mettere per iscritto un’imitazione fedele di tutto quel frastuono: “ZZZZZZZRRRRRRRREEEEEEEEEEGGGGGGGGGRRRRRAAAAARRRRRRRRGGGGGGGGHHHHHNNNNNNNNNNNIIIIIIIIIIEEEEEEEERRRRRRRRRRRRRR…” [2] – e così a oltranza, per un’ora circa.

Ecco, quando penso al rumore questo è il primo riferimento che mi viene in mente: qualcosa che infastidisce, una frequenza che si insinua nella testa e butta all’aria pensieri e concentrazione; un rimbalzo sonoro che richiama tutta l’attenzione su di sé, al solo scopo di farsi detestare dal malcapitato ascoltatore.

Andando indietro nel tempo, già in uno scritto di Claude Lévi-Strauss di metà anni Sessanta si parlava degli strumenti del rumore come di “strumenti delle tenebre” [3], mettendo in opposizione baccano e fetore nello studio di miti e rituali del Sud America, dell’Europa e fino alla Cina.

Ma proseguire in questa direzione sarebbe ingiusto. Quest’introduzione a effetto è esagerata: qualche riferimento musicale di nicchia, qualche citazione altisonante. Pensare al rumore solamente a questo livello di percezione sarebbe troppo superficiale. Per provare a fare un salto di qualità sfrutto ancora una frase tratta da una recensione del solito Metal Machine Music, stavolta apparsa sulla rivista Rolling Stone al momento dell’uscita del disco: quei suoni atroci venivano descritti come qualcosa di paragonabile al “gemito di un frigorifero galattico” [4].

Qui è l’aggettivo “galattico” che mi colpisce e attiva connessioni con rumori altri: da una visione (o audizione?) assordante, terrena e terrestre mi proietta in un universo etereo e stellare, appartenente allo spazio più profondo. Che rumore fanno i pianeti? I buchi neri? I satelliti? Il sole? Una risposta parziale la trovo nello Space Project, una raccolta musicale in cui alcuni artisti sono stati chiamati a scrivere canzoni a partire da materiale registrato dalle sonde spaziali Voyager 1 e Voyager 2, lanciate in orbita dalla NASA nel 1977. La sorpresa è scoprire che il rumore della galassia è un rumore immaginato: le frequenze udibili non possono propagarsi nel vuoto dello spazio, per cui le registrazioni delle sonde Voyager non sono suoni in senso convenzionale, ma sono prodotte “dalle fluttuazioni della radiazione elettromagnetica nella magnetosfera dei corpi celesti studiati dalle sonde” [5][6]. Che vuol dire? Che fruscii, sibili, sfrigolii, soffi di vento non sono altro che riverberazioni dell’esistenza fisica di pianeti e stelle. Come fossero un rumore radioattivo, l’intermittenza di un neon, il tremolio dell’aria intorno a una centrale elettrica.

Questo rumore cosmico lo immagino agli antipodi rispetto a quello terrestre: è un rumore che si muove sullo sfondo, si insinua nella mente e si stende come un tappeto sonoro sulle pareti del cranio, un po’ ovatta e un po’ rimbombo. È il rumore di un immaginario intergalattico che ha trovato nel tempo numerose incarnazioni terrestri, ma che per me avrà sempre le sembianze di Sun Ra: un ragazzone nero cresciuto nell’Alabama di fine anni Quaranta, con un talento per la musica jazz d’avanguardia e l’estetica di un mistico afrofuturista. “«Rumore» era una delle prime parole che venivano in mente a chi ascoltava l’Arkestra di Sun Ra negli anni Sessanta” [7], si legge nella sua biografia: il rumore come connessione ancestrale tra le persone, siano esse provenienti da una provincia statunitense o da un anello di Saturno.

E come suonava questo rumore? Prendo ancora in prestito parole altrui per provare a rendere l’idea di un’esperienza sensoriale totalizzante. “Lo spazio era il luogo. Rumore e silenzio si scontravano nel vuoto; gli strumenti delle tenebre strillavano, rimbombavano, pulsavano: multifonici di oboe e ottavino, rulli di timpano, piatti a spirale campane tamburi-drago tamburi-tuono distorti dall’eco, agglomerati di flauti tremolanti ed eterodinanti, celestiali passi elettronici di angeli che danzavano su una marimba bassa, violoncello-colibrì, sassofoni e clarinetti bassi che eruttavano ruggiti da scimmie urlatrici, plastica estrusa per esplorare lo spazio cosmico, cabine di pilotaggio efficienti e aerodinamiche di Clavioline, Rocksichord, organo Farfisa, piano elettrico Fender Rhodes, Hohner Clavinet e sintetizzatore Moog. Una colonna sonora per letture pentadimensionali di fumetti e riviste di fantascienza di metà Novecento come «Fantastic Adventures», «From Unknown Worlds», «Wonders of the Spaceways» e «Tales of Tomorrow».” [8]

Livello di confusione: elevato. Livello di estasi: ancora di più, se possibile.

La cosa buffa del rumore è che diventa tale sfruttando i nostri corpi: una musica ad altissimo volume, un rombo, un’esplosione, un tonfo sordo: il rumore ci attraversa, ci facciamo per lui cassa di risonanza, e poi… cosa rimane? A volte un leggero giramento di testa, altre volte un disorientamento diffuso, altre ancora un senso di sintonia con il tempo e lo spazio che ci circondano. Ci restano addosso delle tracce fisiche, come con le bolle di sapone che ci scoppiano in faccia. Il mio preferito è il fischio nelle orecchie. Mi piace pensare che quel fischio sinusoidale sia un qualcosa che emettiamo a nostra volta verso l’esterno: come se il rumore che ci ha attraversato fosse rimasto impigliato nel nostro corpo, e poco alla volta se ne uscisse soffiando e sfregolando e frusciando, tentando di assomigliare alla scia bavosa di una lumaca o alle nuvolette di vapore davanti alla bocca che si formano quando parliamo e l’aria è troppo fredda.

Ma torno a ripensare al cosmo, e a tutto questo rumore che si muove dallo spazio profondo fino alla Terra come fosse una specie aliena, un virus a forma di suono in cerca di un ambiente in cui installarsi. Nuove fascinazioni che alimentano un volo pindarico che mi fa atterrare su certa musica elettronica ambient, in cui la ricerca della riproduzione della natura passa attraverso le macchine: non più le macchine generatrici di suoni metallici come in Metal Machine Music, ma macchine che masticano frammenti digitali di polvere, vento, acqua, e li mescolano dentro bit, algoritmi, progressioni matematiche. È in certa musica ambient che il rumore diventa artefatto digitale, e in un certo senso alieno.

Per scrollarmi di dosso mille suggestioni non posso fare altro che nominare il trittico composto da Aphex Twin, Autechre e Boards of Canada, un triangolo perfetto di artisti che incarnano, parafrasando in una riga tutto ciò che straborda da Exmachina di Valerio Mattioli: giochi di prestigio e bizze istrioniche; austerità digitale e progressioni generative; tepore analogico e umanesimo nebuloso. [9]

C’è rumore? Oh, sì. Tutto quello che uno può desiderare – oppure evitare, a seconda dello stato d’animo del momento: cosmico, anarchico, fastidioso, aritmico, ripetitivo, sintonizzante, naturale nella sua artificiosità.

Perché il rumore, come un organismo alieno o naturale che sia, si attacca e si adatta: a persone diverse; a esperienze diverse; a contesti diversi. Ed è capace di nascondere armonia e pace all’interno della propria apparente dissonanza.

Fin qui ho deciso che il rumore è prerogativa dell’udito. Ma chi lo dice? Tutti i sensi possono essere agitati da qualcosa di anomalo e inaspettato: un glitch in un’immagine digitale o un graffio in una pellicola; una superficie irregolare che si fa estranea al tatto; un’interferenza odorosa tra un respiro e l’altro; un sapore inaspettato che inquina un’armonia gustativa. Questo stesso articolo, in fondo, è imperniato di rumore: non scorre liscio, la lettura non è lineare, si salta di palo in frasca creando connessioni precarie e pretestuose. Dove sta la linea di demarcazione tra fastidio e sintonia? Cosa ce ne facciamo di tutti questi rumori? Li abbracciamo o li repelliamo? E come si esce da questa successione sconclusionata di pensieri?

Potrei usare un piccolo stratagemma, rivelando un segreto. Io di solito mi appello a un mantra, inteso come pensiero che offre protezione, che mi ripeto mentalmente ogni volta che le domande diventano troppo rumorose e che le interferenze sono a un passo dal mandare in tilt l’intero sistema. Sono le parole di una canzone di Nicolas Jaar [10]. Space is only noise if you can see. Grab a calculator and fix yourself. Grab a calculator and fix yourself. Sintonizzano il rumore con lo spazio, con la memoria, con la vista, con il corpo. Space is only noise if you can see. Mettono insieme suono terreno e riverbero cosmico. Space is only noise if you can see. Soffiano via la foschia e rendono docili tutti i rumori dell’universo. Space is only noise if you can see. Tengono i nostri piedi ben piantati a terra, prima che la gravità sparisca di nuovo. Space is only noise if you can see.

Note bibliografiche

[1] Lester Bangs, “Guida ragionevole al frastuono più atroce”. Trad. it. Anna Mioni. minimum fax, 2018.

[2] Idem.

[3] Claude Lévi-Strauss, “Dal miele alle ceneri”. Trad. it. Andrea Bonomi. Il Saggiatore, ed. 2023.

[4] James Wolcott, “Metal Machine Music”. Recensione su Rolling Stone, 1975. Link: https://www.rollingstone.com/music/music-album-reviews/metal-machine-music-99547/

[5] NASA, “Voyager. Interstellar Messengers”. Link: https://science.nasa.gov/mission/voyager 

[6] Nick Neyland, “Space Project”. Recensione su Pitchfork, 2014. Link: https://pitchfork.com/reviews/albums/19271-space-project/ 

[7] John F. Szwed, “Space is the place. La vita e la musica di Sun Ra”. Trad. it. Michele Piumini. minimum fax, ed. 2024.

[8] David Toop, “Oceano di suono. Musica ambient e ascolto radicale nell’era della comunicazione”. Trad. it. Michele Piumini. add editore, 2023.

[9] Valerio Mattioli, “Exmachina. Storia musicale della nostra estinzione 1992 → ∞”. minimum fax, 2022.

[10] Nicolas Jaar, “Space is only noise if you can see”. Brano tratto dall’album “Space is only noise”, Circus Company, 2011. La parte del testo citata, tradotta in Italiano, fa più o meno così: “Prendi una calcolatrice e sistemati / Lo spazio è solo rumore se si può vedere”. Ma l’interpretazione può andare in una direzione più o meno evocativa: “fix yourself” si può intendere anche come “aggiustati, riparati, mettiti a posto”, e il “calculator” può essere più genericamente una “macchina”; “if you can see”, d’altro canto, può indicare un’attitudine: “se riesci a vedere, se ne sei capace”.

Altri suggerimenti di lettura

Mariana Branca, “Non nella Enne non nella A ma nella Esse”. Wojtek edizioni, 2022.

Don DeLillo, “Rumore bianco”. Trad. it. Mario Biondi. Giulio Einaudi editore, ed. 2014.

Mark Fisher, “Scegli le tue armi. Scritti sulla musica K-Punk/3”. Trad. it. Vincenzo Perna. minimum fax, 2021.

Pauline Oliveros, “Deep Listening. La pratica sonora di una compositrice”. Trad. it. Diana Lola Posani. Timeo, 2023.

Imagerie, rumore.

Foto di Rima Kruciene su Unsplash

Il rumore delle zampette del proprio cane che cammina per la casa; riuscire a riconoscere la persona che sta entrando in casa dal modo in cui senti chiudere l’ascensore; la musica, che ti aiuta ad eliminare i rumori esterni e ti permette di dissociarti; il giradischi l’attimo prima che la musica cominci. 

Siamo sempre sottoposti a rumori, suoni, tanti sono addirittura impercettibili. In questo numero, gli autori ne hanno indagato la loro idea: dal suono di un album musicale a quello di un’ambulanza. Abbiamo associato rumori a ricordi, a conoscenze, un po’ come Proust con la sua madelaine. Si tende sempre ad associare il rumore a qualcosa di negativo (“cos’è questo rumore che sento?”), ma ci dimentichiamo quanti suoni, invece, ci riempiono la vita. Nella mia mente, infatti, ho ripercorso questo ultimo anno e ho realizzato che gli unici momenti in cui mi sono sentita davvero bene sono stati quelli in cui ero circondata da suoni: da quello di un concerto a quello di una notifica che aspettavo, fino al suono della mia amica che si tuffa in mare. 

Immagine copertina Imagerie: Rima Kruciene, https://unsplash.com/it/foto/controller-audio-in-bianco-e-nero-foto-ravvicinata-gpKe3hmIawg

Le immagini scelte per il numero, invece, sono:

D’istanti. Fotogrammi di rumore.

Foto di Giorgio Trovato su Unsplash

# 1. Un libro

“Non so se siete mai stati al centro di un campo da squash, sulla T, ad ascoltare cosa succede nel campo vicino. Penso al suono della palla colpita da un tiro deciso, pulito. Un suono basso e fulmineo, come uno sparo, seguito da un’eco ravvicinata. L’eco della palla che batte sulla parete è più forte del colpo stesso. Ecco cosa sento se ripenso a quell’anno dopo la morte di nostra madre”.

T di Chetna Maroo  – Adelphi Edizioni 2024 – Traduzione di Gioia Guerzoni

Gopi, voce narrante della storia, ha solo 11 anni quando perde la madre. Insieme alle sorelle maggiori viene “iniziata” allo squash per volontà del padre che vorrebbe fornire alle figlie una passione a cui potersi aggrappare per superare il dolore. Per Gopi da quel momento lo squash diventa un alfabeto emotivo necessario per tradurre i suoi sentimenti: il dolore, l’assenza, ma anche la tenerezza, la determinazione, l’amore. Con stile essenziale Chetna Maroo al suo esordio narrativo, regala un romanzo di formazione lirico, evocativo caratterizzato da una scrittura sorprendentemente matura.

# 2. Un Film 

“Non parlerò! Non dirò una parola!” (George Valentin) 

The Artist  di Michel Hazanavicius – Francia 2011 – Durata 100”

Bianco e nero a rievocare le atmosfere sognanti e patinate della Hollywood degli anni 20.

Un divo del cinema muto, George Valentin interpretato dal bravissimo Jean Dujardin  perderà la sua fama con l’avvento del sonoro,che segnerà una svolta fondamentale nella storia del cinema. Parallelamente al declino di Valentin si verificherà l’ascesa di Peppy Miller che proprio grazie al potere della parola e delle canzoni diverrà famosa.

Un film coraggiosamente girato in bianco e nero che affida all’espressività degli attori e alla musica il senso della narrazione. 

Trailer

#3. Una Canzone

Fai Rumore di Diodato 2020 (tratto dall’album Che vita meravigliosa)

“Ma fai rumore sì

Ché non lo posso sopportare

Questo silenzio innaturale

E non ne voglio fare a meno oramai

Di quel bellissimo rumore che fai”.

La fine di un amore è un silenzio inquieto. Le incomprensioni generano muri che fanno anteporre il silenzio alle parole. Il vuoto si trasforma in un vortice di grida disperate: l’amore è ancora troppo vivo per essere dimenticato. 

soundtrack

navi affondano

Foto di Nahid Hatami su Unsplash
navi affondano
il mistero del silenzio
 
salutati i baci
delle ombre a cui
sbocciavano ali
 
tentennavo
marciume
colava nelle
serre
delicata
goccia letale
 
educata a
sentirmi mia
tra i cuscini
dello Spirito
vegliardo
mi riconoscevo
 
e abdicavo
la punta delle dita
a ponte
per un respiro
crollato:
 
cado curva
cucchiaino
al miele.

~

la schiena cola
a picco
nell’umore sudato
starnutisce il setto
deviato dall’anima
fatica il livore
 
eradico
il risultato spento
messa magica
la pena redetta
 
l’ululato si appresta
tra i tonfi di Berenice
uno scheletro di silicio 
ride - e io 
gli tendo la mano
 
rovesciata
aria
portami via.

L’inchiostro della nebbia

Foto di Tim Foster su Unsplash
crip crip. 
L’inchiostro della nebbia
sbrina la ringhiera
la tv gorgoglia accesa
sbrocca la caffettiera.
 
Ciaspolano
le tende sul balcone
il vento risale da Nord-Est
secondo i mattinali.
 
Al plenilunio
mi fermo ad annusarti
un gatto fulvo
che mastica legnetti.
 
Tizzoni d’ambra
scorticano il silenzio
i vivi hanno raccolto
la luce per l’inverno.

Editoriale #10

Stanchezza/ Burnout

Foto di Ayrus Hill su Unsplash

Sarà che lavori troppo
E che sorridi a tutti ma
Non ti ho mai vista così stanca e così logora

Il principe in bicicletta, I tre allegri ragazzi morti

Questo numero parla di stanchezza/burnout. Amore per quello che si fa, ma del dolore, anche fisico, di non riuscire a finire tutto. Tutto quello che si pensa che si dovrebbe portare a termine. Il senso di colpa delle procedure, lo sguardo stanco della disillusione. La produttività scelta e subita. Ma anche messa da parte: tutti vivono momenti complicati, come mai ci si sente inadeguati? Purtroppo capita ed è importante chiedere aiuto. Parlarne con il proprio medico, con la propria famiglia, con dei professionisti. Perché è necessario non rimanere soli. Nella stanchezza, nell’aridità dei sentimenti, chiedete aiuto.

“Il soggetto di prestazione si realizza fin nella morte. Autorealizzazione e autodistruzione, qui, coincidono.”

Byung-Chul Han, La società della stanchezza – Nuova Edizione – nottetempo

Perché se siamo nella società del potere fare rischiamo di consumarci per azione. Non più per conflitto o mancanza, ma per épuisement.
Sarà anche per tutte queste riflessioni che con la redazione abbiamo deciso di prenderci un momento di pausa estiva: ci saranno ancora due newsletter legate alla stanchezza/burnout ma poi ci sarà una sorta di revival dei vecchi numeri. 
Ma non c’è da preoccuparsi: torneremo con nuove poesie, racconti e articoli a fine Ottobre e il tema sarà il rumore.
Grazie ancora per averci letto. A questo numero hanno partecipato:

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Orizzonte

Foto di Amy Humphries su Unsplash

Orizzonte

La mia insegnante di lettere del liceo era considerata una zitella un po’ inacidita ma ancora irrimediabilmente romantica. Era vicina alla pensione e alla ricerca dell’amore nonostante ogni evidenza della sua vita le dicesse che era ora di arrendersi. Questo almeno era quello che vedevamo noi, sciocchi adolescenti che della vita non avevano ancora sperimentato granché e sicuramente capito niente. La vita di quella donna traboccava d’amore. Quanto ad arrendersi, non ne aveva la minima intenzione. Affrontava ogni giorno con un coraggio che a ripensarci oggi mi abbaglia.

Scoprimmo la sua storia una mattina che in classe entrò un supplente. Lei aveva accompagnato il nipote in ospedale la notte precedente, non voleva lasciarlo e aveva chiesto un permesso. Venimmo a sapere allora che si occupava da sola del figlio tetraplegico della sorella, che era mancata, vivendo insieme ai genitori anziani di cui pure si prendeva cura con una dedizione che ai nostri occhi rasentava il martirio. Ripenso spesso a lei oggi che il lavoro di cura di una persona amata consuma buona parte del mio tempo.

Da maggio 2019 l’OMS ha inserito il burnout nell’International Classification of Disease (ICD)1 definendolo una sindrome da stress cronico associato al contesto lavorativo, con particolare riferimento alle professioni di cura ma esteso a ogni contesto professionale. Del lavoro di cura privato che avviene nelle case, non meno logorante, nessuno mi aveva mai fatto cenno. La comunicazione pubblica italiana non affronta la questione in maniera efficace. Esistono associazioni sul territorio che se ne occupano ma bisogna cercarle da sé. La sensazione iniziale è di essere soli.

La definizione di burnout prevede quattro fasi.2
La prima è un senso di potenza derivato dal desiderio di fare e dall’impegno profuso.
Subentra la stagnazione quando ci si scontra con le difficoltà della situazione.
È seguita dalla frustrazione e da una profonda sensazione di impotenza
La quarta fase è il distacco, che si porta dietro sentimenti di intolleranza e indifferenza, sensi di colpa, cinismo e sensazione di fallimento.

Sul limite della terza ho chiesto aiuto. Il reparto oncologico che ha in cura mio padre offre un servizio di supporto psicologico gratuito sia ai pazienti che ai familiari. Sulle prime non pensavo di averne bisogno, ero convinta di poter attingere alle mie sole risorse, e poi dove potevo mai trovare il tempo per occuparmi di me con tutto quello che mi gravava sulle spalle? Mi sbagliavo, pure sul tempo. Si trova per tutto, anche per l’impensabile. Soprattutto non c’è aiuto che si possa dare ad alcuno se non si è in grado di aiutare se stessi, e lasciarsi aiutare.

Come faceva la mia insegnante a sopportare tanto ed essere comunque sorridente in classe? Io spesso mi sono sentita mancare: la terra sotto i piedi, il coraggio, la determinazione, la voglia, me stessa. Ho ripescato una foto di classe. Sorrideva pure lì. Mi sembra curva sotto un peso che non si vede ma si intuisce. Forse lo scorgo perché adesso lo riconosco. Non ho più saputo cosa ne sia stato di lei né del nipote. Non posso più chiederle niente. Le risposte arrivano nella nostra vita sempre disallineate : quando potevo avere una risposta non avevo ancora formulato la domanda.

L’ospedale ha definito mio padre “malato terminale”. Quando mi sento schiacciata da questa sentenza inappellabile mi risuona nella testa La cura di Battiato:

E guarirai da tutte le malattie
Perché sei un essere speciale
Ed io, avrò cura di te3

So di non poter fare questa promessa e sto provando a farci pace. Ho ripensato di recente alla mia insegnante guardando un film di Bong Joon-ho, regista del più noto Parasite del 2019. Si intitola Madre4, è del 2009 ma in Italia è arrivato nel 2021. Racconta la storia di una madre che lotta con ferocia per salvare il figlio. Nella scena di apertura c’è solo lei, che non ha nome ed è chiamata solo madre. La interpreta Kim Hye-ja che avanza a fatica tra l’erba alta in uno spazio immenso, sola e smarrita sotto un cielo plumbeo, circondata da montagne. Poi comincia a danzare. Lo spazio è vasto e aperto solo in apparenza, a me è sembrato una prigione.

Ho iniziato a guardare il film senza saperne nulla e ho scoperto presto che la sua prigione è il figlio. Ha un disturbo mentale e quando viene arrestato lei fa della sua sopravvivenza ragione di vita, missione e condanna insieme. La sua danza è uno straziante lamento. Non dice una parola, spesso non guarda neanche in camera. Ma so come si sente. Sperduta e sola in un vasto campo riarso, si arrende a danzare una musica che non può cambiare. C’è un tamburo che batte e impone il suo ritmo. A un certo punto sembra che si lasci andare alla musica, nasconde lo sguardo, accenna persino un sorriso. Poi scopre gli occhi, li riapre sulla realtà, il sorriso sparisce. Ora è la bocca che nasconde con la mano. Infine si volta, continua a danzare dandoci le spalle, rinuncia all’orizzonte.

Quanto il mondo si contrae dentro una stanza e si riduce a una persona su un letto, l’orizzonte si fa stretto e il resto diventa opaco. In alcuni momenti ho avvertito un abisso tra il dentro e il fuori. Ma anche tra le mie risorse che si assottigliavano e quello che la situazione richiedeva: presenza, attenzione, perenne allerta. La cura può essere logorante ma non sono io a portare il peso più grande.

Nona Fernández nel memoir Voyager5 racconta una visita neurologica a cui accompagna la madre: “Usciamo dallo studio del neurologo e guardo mia madre con altri occhi. Ora so che sulle spalle porta il peso del cosmo intero. Le racconto cosa ho visto sul monitor assieme al dottore. Le parlo della somiglianza del suo cervello col firmamento. Dell’attività elettrica dei suoi neuroni, della luce del suo ricordo, della costellazione che si è accesa mentre lei lo rievocava, del riflesso luminoso del suo passato. Le domando qual è la scena felice che ho visto luccicare sul monitor, lei sorride e risponde di aver ricordato il momento della mia nascita.

Da quando ha scoperto di avere un tumore al quarto stadio mio padre pensa continuamente a quando eravamo piccoli. Lui e io. Mi racconta pezzi della sua infanzia e li mescola a frammenti della mia, dimentica di avermi già raccontato un episodio che lo riguarda e la volta dopo ne divento io la protagonista. Non sono sicura che tutto quello che racconta sia ricordo autentico o solo una narrazione che costruisce per colmare i vuoti di memoria che gli stanno svuotando il cuore. È così che mi ha detto di sentirsi, col cuore vuoto. Il mio è colmo di paura.

In certi momenti, al buio, quando ho più paura, cerco di convincermi che sto vegliando il delirio di una sconosciuta” scrive Julián Herbert in Ballata per mia madre.6 Chi è sua madre, si chiede l’autore mentre siede accanto al letto e si interroga sul suo rapporto con lei, pieno di rabbia ma anche di dolcezza, contraddittorio com’è ogni cuore, com’è la vita stessa. Chi è mio padre, mi domando anch’io mentre lo guardo dormire e mi sembra già morto. Una volta mi sono sorpresa a desiderare che fosse già accaduto, poi ho pianto per ore. Volevo che fosse oltre il dolore, trarre fuori anche me stessa dal pantano della sofferenza, ma non sapevo perdonarmi un desiderio tanto atroce. Un momento dopo già speravo di avere più tempo da passare con lui. I desideri si contraddicono quando ci si prende cura di qualcuno sulla soglia tra l’ora e il mai più.

Ci siamo detti abbastanza? Ho mai capito chi fosse, oltre a essere mio padre? Aggiungo lo sforzo di comprensione alla fatica della cura quotidiana. Non ero pronta a fargli da genitore, lo sto imparando mio malgrado. Sono sua figlia e mi è difficile accettare che sia debole, spezzato, che non sia lui a proteggere me da paura e dolore.

Non c’è altro da fare se non provare quel che c’è da provare” scrive Marco Peano in L’invenzione della madre.7 Mattia, il protagonista del romanzo, sa che non potrà salvare sua madre dalla malattia e decide di non sprecare un solo istante. Ridisegna la sua vita, le dà la forma di lei. I suoi giorni diventano attesa ma anche memoria, un viaggio da fermo, un esercizio d’addio.

Si può imparare a dire addio? Anche a volerci provare non se ne ha il tempo, risucchiato dalle incombenze pratiche: punture, colloqui con l’oncologa, rimedi per gli effetti collaterali della chemioterapia, cosa gli do da mangiare, che mi invento oggi per distrarlo, cosa farmi raccontare perché pensi di avere ancora un posto a questo mondo, nella mia vita, nella sua? E poi la domanda che se ne sta acquattata in fondo alle altre: sto facendo abbastanza? Qualche mese fa la mia risposta sarebbe stata no. Ero in un gorgo da cui non vedevo uscita se non la fine. Adesso è sì. La sola uscita possibile è ancora quella di prima, ma io ho attuato un cambio di prospettiva radicale. Mi ha aiutato a crederci la psicologa che ci segue e pure uscire da quella stanza e tornare nel mondo, a viverlo.

Quando morirà sprofonderò nella colpa che mi vado costruendo giorno per giorno. Sarà pronta per il suo funerale.” È Donatella Di Pietrantonio in Mia madre è un fiume.8 Pure io indosso ancora quella colpa quando mi sento troppo stanca per offrirgli un sorriso oppure ho modi spicci perché non vedo l’ora di fare ciò che devo e scappare via per qualche ora. Per concedermi aria e spazio, ricaricarmi, coltivare la vita fuori da quella stanza. Non posso metterla in attesa, tanto meno spegnerla. Ora lo so. È giusto così. Quando rientro ho qualcosa di nuovo da dirgli. Gli piace ascoltarmi mentre gli racconto per quanti chilometri ho corso la domenica, se è stato pubblicato un mio pezzo che gli avevo letto, un’avventura con le sue nipoti, quell’escursione che volevamo fare insieme.

La preoccupazione è ancora lì, bene incistata. È paura che accada qualcosa mentre non ci sono e terrore che accada invece davanti a me. È timore di non reagire abbastanza in fretta nell’emergenza. È non sapere come sarà dopo che lui avrà oltrepassato quella soglia. Ma ho cominciato a credere che il coraggio bisogna fabbricarselo, non esiste già da qualche parte, da tirare fuori. Il mio lo sto costruendo un giorno per volta, uno spavento dietro l’altro. È impastato con la fatica della cura ma pure con la vita, quella che c’è stata, che c’è ancora e che anche dopo, in qualche modo, continuerà.

Questo articolo è il racconto di un’esperienza personale. Se hai dubbi sull’argomento, consulta un professionista per informazioni, una diagnosi o un percorso terapeutico.

1 Per l’inserimento del burnout nell’ICD dell’OMS https://www.who.int/news/item/28-05-2019-burn-out-an-occupational-phenomenon-international-classification-of-diseases
2 https://www.centromoses.it/benessere-sul-lavoro/articoli/burn-out-lavorativo
3 Franco Battiato, La cura, in L’imboscata, PolyGram, 1996
4 Bong Joon-ho, Madre (Madeo), Corea del Sud, 2009
5 Nona Fernandez, Voyager, traduzione Carlo Alberto Montalto, gran vía, 2021, p. 18
6 Julián Herbert, Ballata per mia madre, traduzione Maria Cristina Secci, gran vía, 2014
7 Marco Peano, L’invenzione della madre, Minimum Fax, 2015, p. 188
8 Donatella Di Pietrantonio, Mia madre è un fiume, Einaudi, 2022, p. 68

 6.42

Foto di Max Shturma su Unsplash
Cella
la vita
imparata coi palmi

un’ellisse  
di ripetizioni di minuzie 

tralasciando
le foreste di angoli in fiamme 
lì fuori.

La luce 
che entra comunque 
ha portato il baratto 
della libertà dei secondini
per gli occhi degli ergastolani 

garze lente 
sulle dita del giorno 

esercizi complessi 
contro l’indulgenza.

S’impara piano
la compressione del torace. 

Ordine

Dato
tutto il dolore 
dato 
verrà comprato un quartino 
e le pareti divisorie sfondate.

Un muratore romeno
e la bottiglia di plastica 
bianca per metà
aspetteranno la paga. 

Nelle nostre tasche 
le costole di corvo 
non saranno diventate
ancora sonanti.

Ridai a noi 
come ai nostri debiti d’ossigeno 
una parte di pace 
ordinata da lontano. 

Paroxetina 20 mg
per dare un nome al citofono.
Vale come agnus dei a voi, 
Oh corrieri, vi prego suonate
tutte le campane delle vostre strade.

Trema

Foto di José Ignacio García Zajaczkowski su Unsplash
Trema
in volo la falena.
È l’esito del tempo,
ma l’ansito dura poco.
Non vado avanti, mi umilia
lo strappo, la ripetizione
patologica del mio cinismo.
Per amore tuo, non smetto
di parlare. Poi dico, parla tu.
C’è qualcosa, viso nel tuo viso
che ricorda la falena
lontana dai tremori,
ma non passo, non passo
la collina sonnambulo
mentre lavoro per voi.

La scomparsa di Livio

Foto di Debby Hudson su Unsplash

Da molti anni ho l’abitudine – dormo davvero poco la notte – di arrivare in ufficio all’alba. Ho le chiavi di una porticina sul retro del palazzo dell’università. L’ufficio è all’ultimo piano, alla stessa altezza della chioma di un pino che mi blocca la visione del resto del cortile, lasciandomi solo il cielo; e non ci perdo nel cambio. Faccio colazione con un tè caldo e due biscotti, guardando le nuvole rosa, finché – nel silenzio del sesto piano – non sento, dal corridoio, i passettini spediti del mio inquilino. 
Livio è un omino compatto e insospettabilmente robusto. La sua faccia, che quando ha iniziato a farmi compagnia era pallida e tirata, sta lentamente riprendendo colore. Rimane sulla soglia della porta finché non lo saluto; poi mi scosto dalla scrivania scorrendo sulla sedia girevole, gli indico la sua alcova e lui ci s’infila con un libro in mano – se leggo bene, una monografia sul periodo ‘Ubaid. Mi avvicino di nuovo alla scrivania, sistemo le gambe in modo che non gli diano fastidio, e accendo il computer per iniziare la mia mattina di lavoro. La scrivania è chiusa sul lato che dà verso la porta, quindi per chi si affaccia alla mia porta o entra in studio, notare Livio sotto il mio tavolo è praticamente impossibile.
Mi metto a guardare un papiro particolarmente rognoso. L’immagine è ad alta risoluzione e le lettere le leggo bene, ma al rigo 15 non mi torna la grammatica della frase. Però sono riluttante a correggere il testo solo perché non lo capisco. Emergo da una prima fase di concentrazione rabbiosa verso le dieci e mezza del mattino, preso dal senso di colpa – del tutto inutile – per aver ignorato Livio che nel frattempo ha letto in silenzio.
– Stai comodo, Livio?
– Comodissimo, Giorgio, risponde lui senza alzare il naso dal libro.
– Vuoi un altro cuscino?
– Grazie, ne ho già tre.
– Vuoi che a pranzo ti vada a prendere uno di quei panini con la cotoletta che fanno dal pakistano?
– Per carità, io il fritto non lo devo nemmeno vedere. Ma tu pranzi alle dieci e mezza?
– No, dicevo dopo.
– Ah! Comunque no, grazie.
Sento gridare una voce dal corridoio:
– Con chi sei, Giorgio?
– Da solo, Elvira, rispondo.
Ma Elvira non si arrende facilmente. Eccola sulla soglia della mia porta, mentre si rimette a posto i capelli col fermaglio.
– Non c’è Bernacchi con te…?
– Non vedo Livio da settimane.
– Cazzo. Al telefono non risponde e l’ho cercato per tutto il palazzo.
– Vuoi lasciarmi detto, così se lo vedo…
– E che ti dico? C’è tutto, c’è, si sbraccia Elvira irritata. – Siamo col cappio al collo. Manca la sua parte di moduli per il PRIN che dobbiamo presentare a novembre. Ci doveva scrivere la sezione ‘Excellence’ per una MSCA di sezione che scade a settembre. Va bene, è stato male, ma ormai gli dovrebbe essere passato. Se si degna di comparire, digli che risponda al telefono e che è un coglione.
– Ma certo, Elvira.
Elvira si allontana e Livio mormora:
– Se la strega si occupasse di studiare e pubblicare tanto quanto si occupa di queste stronzate di raccolta fondi, forse almeno associato ci diventava.
– Zitto, che arriva gente.
Compunto, il bidello del sesto piano:
– Ci sono studenti che la cercano.
– Prego.
Due studenti, incerti.
– In realtà, professore, noi cercavamo il professor Bernacchi.
– Non lo vedo da settimane.
– Il professore ha terminato il corso un mese fa. Non risponde alle mail.
– Non vedo Bernacchi da settimane. Non ho informazioni da darvi per conto suo.
– Aveva messo un appello oggi, interviene il secondo studente.
– Voi sapete che non è stato bene.
– Sì, ma l’appello…
– Vi ha detto di dare l’esame con me?
Mi guardano turbati:
– No.
– Perché stiamo avendo questa conversazione?
– Magari lei sa dov’è il professore, ribatte seccato il primo.
– Non lo vedo da settimane. E tre.
– Ci scusi.
Escono. Sento Livio sibilare:
– Cazzo di bambini dell’asilo. Non sanno quanti sei piedi hanno tre anatre.
– Dio, sì. Ancora col moccio al naso.
– Odio la didattica.
– Anch’io, Livio.

Riusciamo a starcene tranquilli fino all’ora di pranzo. Evitiamo di chiacchierare, anche perché Livio quando studia non ama che lo interrompano, e io con quel papiro davvero non so dove andare a sbattere, non mi dà senso il testo. Frugo con angoscia su dizionari e repertori per cercare paralleli in letteratura. Mi concedo un’oretta per il pranzo, ritorno alla scrivania – Livio non si è mosso e non saluta. Sento appena il crepitio della matita sulle pagine che più lo interessano. Lascia brevi appunti nei margini. Verso le tre bussano alla porta aperta. Cinzia, a differenza di Elvira, non fa irruzione.
– Ciao Cinzia.
– Giorgio, disturbo?
– Assolutamente no. Un tè?
E indico il bollitore sul tavolino accanto, con cui a breve avrei fatto il tè per Livio.
– No, ti ringrazio. Mi posso accomodare?
– Ma certo.
Siede davanti alla mia scrivania. Se si fosse messa accanto a me, si sarebbe accorta di Livio. Così è impossibile che lo veda, ma può sentirlo se fa rumore. Con la coda dell’occhio vedo che Livio si è irrigidito.
– Dobbiamo parlare.
– Ti ascolto.
– Bernacchi.
– Uh.
– Tu sai che io sono la referente di sezione. Per assiriologia.
– Hai voglia se lo so.
– Mi rendo conto che non è affar tuo e mi dà fastidio darti noia. Ma so che tu e Bernacchi siete buoni amici. Non riusciamo a contattarlo da settimane.
– Nemmeno io.
– Siamo stati a casa sua. Le finestre sono chiuse e al campanello non risponde.
– Ci ho provato anch’io. Temo non sia proprio in casa.
– Sei preoccupato?
– Onestamente, no. 
– Senza voler farmi i fatti suoi, ho saputo che è stato male.
– Un piccolo esaurimento, niente di che. Secondo me questa sparizione è il suo modo di farvi fronte. Avrà fatto fagotto e sarà partito per qualche buco nelle Alpi liguri. Adora i paesini.
– Però non si parte così, senza lasciar detto niente. C’è una marea d’impegni che ha preso e non sta mantenendo. Tu capisci che io rischio di dover emettere un richiamo ufficiale.
– Lo capisco, e non ho modo d’impedirtelo.
Cinzia si rigira le mani, piene di anelli.
– Tu sei sicuro di non sapere dove sia.
– Sicurissimo.
– E non siete in contatto.
– Non mi risponde da settimane.
– Ma non sei preoccupato.
– No. Si starà semplicemente rilassando da qualche parte dove nessuno lo cercherebbe. Tu molla la presa e vedrai che prima o poi te lo ritrovi in dipartimento come se niente fosse.
– Se succede, gli faccio un cazziatone che non ne esce vivo. Lo sai, questo.
– Lo immagino. E glielo dirò, se lo sento.
– Questo mi basta. Scusa il disturbo, Giorgio.
– Quando vuoi, Cinzia.

Cinzia si alza ed esce dalla porta. Livio continua a non respirare ancora per un minuto, poi molla il fiato e scioglie la tensione. Mi aspetto che commenti quanto ha appena sentito; ma tace. Io mi rimetto sul papiro di cui sopra, ché la settimana prossima cominciano i miei corsi, e sai tu quando avrò tempo per studiare ancora – forse a luglio. Il pomeriggio scolora nella sera e nelle prime tenebre della notte. Quando ormai il dipartimento è deserto, mi alzo e mi preparo per tornare a casa; Livio fa altrettanto, sbucando fuori da sotto la mia scrivania. Passiamo attraverso la porticina sul retro,da dove entriamo io la mattina e lui di nascosto; all’uscita ci separiamo, io verso casa mia e lui alla sua, dove entrerà di soppiatto e dormirà a finestre serrate, senza fare rumore.
– Comunque ci potresti andare davvero, in qualche paesino, sai? Invece di venire ogni giorno a nasconderti qui.
– Per carità. Mi verrebbe il doppio dell’ansia. E poi questo è un luogo che amo.
– Il luogo dove hai sbroccato, Livio?
– Ma mica per colpa sua. Per colpa vostra! Voialtri vampiri, tutti a volere un pezzo di me. Fai questo, aiutami a compilare quest’altro, scrivi quel progetto, vieni in commissione…
– Livio mio, se tu dicessi di no, ogni tanto…
– E come faccio? Quelli insistono. E io coglione a cercare di accontentare tutti. A forza di non fare né ricerca né insegnamento, mi è esploso il cervello.
Faccio un passo per allontanarmi, poi mi volto:
– Quando deciderai di tornare fra noi, posso aiutarti.
– A fare che?
– A compilare moduli. O a dire di no più spesso.
– Macché. Sono cose che devo saper fare io. E un giorno le farò, non ti credere.
– Ah sì?
– Sì. Un giorno sarò un quarantenne responsabile ed equilibrato, che sa dire di no quando deve, che s’impegna a fare solo quello che può far bene, che non tira pacchi e sa gestire il suo tempo e i suoi doveri istituzionali senza che gli venga una crisi di nervi.
– Un giorno.
– Esatto.
– Ma non è questo il giorno.
– Precisamente. Buona serata, Giorgio. Grazie sempre e a domani.
– Buonanotte, Livio.

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