fuoripunto.

au-delà des limites. beyond the expectations. oltre il confine.

Chipil, una cura.

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Il piccolo non lo diceva. Eppure lei sentiva quella giovane creatura temere il rivale: un rivale che cresceva attimo dopo attimo tra le sue interiora e che si sarebbe manifestato in tutta la sua potenza da lì a meno di un mese.
Non era difficile percepirlo quel timore, e non perché della creatura lei fosse la madre e condividessero quindi tra di loro un legame inimitabile. No, non era difficile percepirlo per nessuna delle persone che condividevano – appieno o anche solo in parte – l’intimità domestica.
Il piccolo si alzava la mattina dal letto, lasciava cadere il pigiama per terra, levava il panno da qualche mese sempre pulito, lo guardava infastidito da quel candore: avrebbe preferito, se avesse potuto, continuare a obbligare la madre a pulirlo per bene appena sveglio. Procedeva quindi verso la stanza da bagno, lasciava giù la tavoletta, si metteva in punta dei piedi e urinava senza mirare, un po’ nel buco, un po’ proprio sulla tavoletta, una buona metà per terra. Poi rideva e la chiamava e lei accorreva responsabile, con il sorriso del buongiorno, e mentre lui ancora rideva, lei prendeva qualche segmento di carta igienica, puliva la tavoletta, puliva per terra. Detergenti non servivano: la pipì era santa.
Anche il rituale cui si era sottoposta in prima persona, tanti anni prima, era stato santo.
Del rito non c’era traccia nei libri, lei lo cercava soprattutto per riuscire a ricordare bene, apprenderne le istruzioni dettagliate da interpretare con la maturità degli adulti, e soprattutto per esorcizzare le umiliazioni che ne erano derivate.

In fondo, cercava per dimenticare.

Alcuni forum in rete riportavano informazioni su cosa fare quando un niño está chipil, ma trovava soprattutto cose innocue come lavare il bambino geloso in una vasca piena di tè di lattuga, oppure troppo morbose come morderlo dalla nuca fino ai piedi per estrarne il misterioso veleno.
La santeria che avevano combinato a lei era quindi, di sicuro, invenzione della señora Chepa.
«Saluda tu madrina», ancora dopo anni veniva presa in giro da sua sorella, quando capitava di incrociare la vecchia per la strada, fino a quando era rimasta in vita.
Eppure al suo fratellino lei aveva solo dato un paio di schiaffi, e piano; l’aveva tirato fuori dalla culla, scosso, svegliato e l’aveva fatto piangere per poi cercare di farlo smettere con le sberle.

Ma piano: molto piano. Di questo ne era ancora certa e lo avrebbe giurato.

Non era in fondo successo niente di male, cose tra fratelli; sua madre era arrivata, aveva preso il bimbo, gli aveva offerto il seno, l’aveva fatto smettere di lamentarsi, l’aveva fatto riaddormentare.
Ma fu così che poi, a lei, l’avevano portata dalla Chepa: neanche una settimana dopo.
La Chepa abitava nel loro stesso isolato, la conoscevano tutti, di tutti era una mezza parente. Forse qualche gene della vecchia l’aveva ereditato in qualche modo persino lei, su e giù per rami e radici dell’albero genealogico.
Gli occhi forse, trovava fossero simili.
La casa della Chepa era piccola e piena di fiori recisi in settimana, alcuni freschi, molti secchi: i pochi mobili ne erano ricoperti. All’ingresso, sempre attaccata alla gonna della mamma, lei respirava quei profumi gradevoli che stavano lì per celarne altri: quelli della strada e del suo fango polveroso, quelli delle dinamiche quotidiane del mercato, l’accogliente farina di mais sul fuoco e il sangue di pollo spanto per terra, ormai secco, insieme a piume bianche imbrattate di vermiglio.
La Chepa poteva avere centoquaranta o centocinquant’anni. Avrebbe potuto morire lì, in quel momento e davanti a tutti, un colpo apoplettico sgranocchiando nero grano e nessuno dei presenti si sarebbe stupito né scandalizzato. Nemmeno a lei avrebbe fatto impressione, certo non più di quanta gliene stava facendo quel corpo vivente, le sue rughe, gli sprazzi di cranio sprovvisti di capelli. Eppure, dopo quel giorno, ne sarebbero dovuti passare moltissimi altri prima di farlo arrivare alla sua destinazione finale, nella terra fertile che un giorno gli aveva dato la vita e che alla fine l’avrebbe reclamato.

Anche le streghe muoiono, e non solo nelle fiabe.

La collana era già pronta: era bastata una telefonata il giorno prima. La Chepa l’aveva estratta da dentro un cassetto e dal cassetto era uscito l’odore che aveva subito fatto appassire i fiori appoggiati sopra a quel comodino.
L’odore si era infine posato su di lei e su di lei sarebbe rimasto per le settimane a seguire.
Ora, mentre meditava cosa fare col suo figlioletto ribelle, decenni dopo, nel suo salotto confortevole, ancora ricordava i dettagli di quell’olezzo pieno, che avrebbe portato ovunque con sé, a scuola, per strada, nella sua profumata cameretta.
La collana era un rosario santo, i gesti erano santi, il segno della croce sul suo corpo, quell’aglio che le toccava la fronte, il plesso solare, la spalla sinistra, la spalla destra.
Il rosario aveva cinque spicchi d’aglio per ogni peperoncino rosso – ave marie e padrenostri – era stata benedetta la sera precedente, così diceva la Chepa, così annuiva contenta la madre, così ridacchiava la sorella.
Così lei aveva indossato il rosario, mentre tutti le giravano attorno e gli altri bambini chiamati per l’occasione – i figli del vicino carpentiere attirati dalle caramelle di quella buona signora – le lanciavano addosso i petali dei fiori che trovavano in giro per la casa.
Così alla fine tutti erano andati via e ora se ne stavano andando via anche loro.
E lei sarebbe andata via con la collana: avrebbe dovuto portarla per tutto il mese, senza mai levarla, fino a quando il chipil se ne sarebbe uscito dal suo dannato corpicino per entrare negli agli, nei peperoncini, fino a quando i vegetali ne avrebbero segnato l’ingresso tra le loro molecole mostrandone la decomposizione, il marcio, i marroni e i neri, e un odore ancora più forte.

Si no hay chipil no huele.

E dall’olezzo presente, il chipil c’era eccome,era l’odore che avrebbe dimostrato il successo dell’operazione. La Chepa avrebbe meritato il suo onorario.
Ora dopo così tanti anni lei si accarezzava il pancione all’ottavo mese e guardava il figlioletto giocare. Lui correva per i corridoi dell’appartamento con un aglio in mano, l’aglio che forse aveva in lei ridestato quei ricordi, quasi che avesse preso lo scheletro sepolto della Chepa per i pochi capelli rimasti e l’avesse dissotterrata ridonandole carne. Il bambino con l’aglio in mano si divertiva a dipingere le pareti dell’appartamento. Poi guardava la pancia di lei e ne disegnava sopra una figura stilizzata.

In quel momento lei si rendeva conto di avere un figlio affetto da chipil.

Poco importavano le radici della sua umiliazione, quella bambina traumatizzata tanto tempo fa: con lei aveva funzionato, non aveva più schiaffeggiato il fratello nemmeno quando se lo era meritato più volte nel corso della sua esistenza.
Nelle prossime settimane suo figlio sarebbe andato all’asilo puzzando tremendamente e se ne sarebbe ricordato per lunghi, lunghissimi anni.

I due bambini sarebbero andati d’accordo per sempre.

La verticale

Foto di Costea Alexandra su Unsplash

Da bambina
andavo in verticale
a testa in giù
guardavo il mondo rovesciato
in equilibrio
sopra un duro orizzonte

i capelli sfioravano la terra
in giardino, i vermi
mi salutavano
con un breve inchino del corpo

camminavo sulle dita
come camminano gli uccelli

a tutti parlavo, alle formiche
agli scarafaggi, alle piccole
fragole che ingiallivano
senza mai diventare rosse

e le gambe traballavano un poco.

Crescevo, nella grazia di Dio,
con moto inverso, i piedi
solleticando il cielo, interferendo
col volo nervoso delle mosche

sotto la mezzaluna delle unghie
si formava il terriccio,
le dita sempre più a fondo
crescevano nella terra
come radici
si allungavano dentro

io poi, con quei piedi a mezz’aria,
sono andata nel mondo
e quel mondo l’ho riportato alle mie mani
e ogni volta che l’ho detto
ogni volta che l’ho pronunciato
l’ho trovato sempre
bene ancorato in quel giardino.

Terraferma

Poi veniva l’estate
col verde negli occhi
fuori era un pieno
di rondini, api
e tempo ancora.

La dama per colazione
al mattino, il tris,
il conto spaiato
delle monete
da cinquecento lire.

Mi crescevi nel cuore
come un padre,
le tue radici
diventando mie.

Tu riponevi in me
l’umano, il sogno
la terraferma e il volo,
l’ambizione di essere
solo ciò che sono.

Allora ero argilla,
seme, voce molle
che imparava la tua
e di tutto
facevamo catalogo:
mostravi e io
vedevo studiavo bevevo
con la gola arsa della pianta.

Non sapevo del segno
impresso a calce
contro le rovine venture
– oggi chi sono:
femmina e voce
gli occhi due fari
per guardare meglio.

(non lasciarmi andare)

Photo ©  Paola Casali

(non lasciarmi andare)

Mi sveglia la canzone di Alabama
allungo le gambe alla parete.
Tra fili d’edera e fiori di gelsomino
il tuo sorriso. Poi i tuoi occhi.

Well, show me the way.

Ti incontro nei volti, in un film, nei libri
tra la schiuma di una birra,
nella fetta di pane e marmellata.
Fai male sin dal mattino.

Un sasso scende lento nella gola
lo sguardo grigio attraversa la pelle.
Sottraggo al vocabolario di negazione
un appiglio per saltare l’invisibile confine.

Ça suffit mon amour.

Coi sì, ma invece no, ci sei e poi non ci sei
dondolii che superano i cieli
bruciano il paradiso e affogo con le stelle
potrei andare via, scappare.

Tingere il tempo con la vernice tra i capelli
andare a Telendos
distendermi sotto una tamerice
strappare le radici amare.

Rinascere, farmi madre di me.
Ma stai scritto sulla mano,
nel sangue e forse ancora
nei mille milioni di volteggi del mondo.

Non lasciarmi andare.

Le radici, ricerca dell’identità.

Foto by Pamela Frani

Dialogo con Alessio De Stefano e Gianluca Salustri

La cresta delle montagne dove il sole va a tramontare rafforza la sensazione che ho avuto prima, annullando ogni distanza cronologica e geografica.Casa non sembra così lontana nemmeno vista da qui”1

Alessio De Stefano, Vincent Massari Cronache di un abruzzese d’America, Radici Edizioni

Vincent Massari si imbarca per l’America con sua madre una settimana prima che il terremoto del 13 gennaio 1915 distrugga la Marsica. Quel viaggio lo ha reso superstite di un mondo che non c’è più. Alessio De Stefano (ADS) ci narra la sua storia nel libro pubblicato con la casa editrice di Gianluca Salustri (GS): Vincent Massari. Cronache di un abruzzese d’America, Radici Edizioni. Vediamo insieme a loro come è nato questo racconto.

Alessio, dal 2019 hai costruito la Piccola biblioteca marsicana per raccontare la Marsica e l’Abruzzo attraverso risorse e testimonianze storiche. Ti va di raccontarci cosa ti ha spinto a far partire questo progetto? Come è nato?

ADS: Il progetto nasce grazie a una particolare combinazione di eventi. Dopo essere tornato ad Avezzano nel 2016, ho avuto l’opportunità di approfondire la conoscenza dell’Abruzzo. Contestualmente, ho iniziato a collaborare con il “Laboratorio Artigiano Ennio Gentile”, un’associazione impegnata nel mantenere viva l’arte del restauro e dell’artigianato, preservando le storie degli oggetti.
È proprio all’interno dello spazio del laboratorio che ho concepito l’idea di creare un angolo dedicato alla lettura. Inizialmente avevo pensato di riempire una vecchia credenza con libri antichi, senza seguire un particolare ordine o tema. Poco dopo ho avuto l’intuizione di avviare una raccolta di volumi sulla Marsica.
Quest’idea si è poi concretizzata nel corso dei mesi, poiché c’era effettivamente una necessità di avere un punto di riferimento sulle fonti bibliografiche del territorio. È così che, dagli scaffali della vecchia credenza di via Monte Salviano, è iniziata la vita della Piccola biblioteca marsicana.
Nel 2020, con l’esplosione della pandemia, ho colto l’opportunità delle lunghe settimane di lockdown per progettare e costruire il sito web. Durante la ricerca di immagini da includere nelle pagine, ho scoperto che negli archivi digitali di tutto il mondo era conservato un autentico patrimonio di documenti e testimonianze che non avevo mai incontrato nelle pubblicazioni raccolte o nelle numerose pagine social dedicate. Da qui l’idea di ampliare le sezioni del sito per accogliere dipinti, incisioni, disegni, fotografie e mappe. Devo ammettere che è stato questo passaggio a espandere il mio orizzonte di ricerca e a conferire al progetto un taglio notevolmente più ampio e interessante.

Gianluca, anche la tua casa editrice Radici Edizioni nasce come legame con la “terra da cui veniamo, con le storie che ci hanno cresciuto e fatto diventare quello che siamo e con il passato utile e necessario a guardare il futuro con occhi sempre aperti.”. Per te le radici sono il punto da cui partire. Ci spieghi come è nato Radici Edizioni e quali sono gli obiettivi della tua casa editrice?

GS: Radici Edizioni nasce nella primissima fase post lockdown e viene al mondo – oltre che per un bisogno molto personale di rimettersi in gioco in un settore che avevo dovuto abbandonare troppo presto – perché a mio parere si era finalmente creato lo spazio per provare a “svecchiare” il racconto dei nostri luoghi. Non a caso ho sempre parlato di un progetto che voleva mettere al centro “nuove narrazioni territoriali”, pensate per rispettare gli studi fatti in passato da importanti personaggi della nostra cultura – che vanno ringraziati ancora oggi per tutto quello che hanno fatto e che continuano a fare – ma che fossero anche capaci di attirare nuovi lettori oltre a quelli che si dedicano a tali temi per professione. Da qui l’idea di puntare forte sugli albi illustrati che si ispirano alle storie del passato, su autori per lo più giovani e su una forte caratterizzazione dei progetti grafici di copertina; in modo da cercare di arrivare in maniera diretta a un pubblico forse spaventato dal troppo classicismo legato ai temi del folklore.

La figura di Vincent Massari ha fatto un po’ da trait d’union dei vostri progetti. Perché proprio Vincent? Che cosa nella sua figura vi ha conquistato?

GS: Quando Alessio, che avevo già avuto modo di apprezzare per la cura che mette in tutte le cose che fa, mi ha proposto la storia di Vincent è stato amore a prima vista. La sua partenza e l’arrivo negli Usa a ridosso del terremoto di Avezzano, le memorie dei pescatori del Fucino, i giornali pubblicati con e per gli emigranti… non avevo ancora idea di come scrivesse Alessio (tra l’altro benissimo) ma l’istinto mi ha fatto dire subito di sì, perché vedevo troppi collegamenti con l’idea che sta alla base della collana “Vite”, ossia quella di contestualizzare la biografia dei personaggi all’interno di un più ampio racconto di storia sociale dei territori da cui provengono.

ADS: La vita di Vincent Massari crea un ponte narrativo tra il periodo precedente e successivo al terremoto del 13 gennaio 1915, un momento cruciale nella storia della Marsica. Si dice che il sisma abbia raso al suolo non solo interi paesi, ma anche la memoria storica di questa regione. La vicenda di Vincent rappresenta un filo di continuità tra queste due fasi, dimostrando che, nonostante la frattura profonda causata dal terremoto, la storia non si è interrotta, ma ha invece generato molte altre storie, forse più difficili da recuperare, ma indubbiamente importanti da riscoprire.
Vincent è stato il progetto che mi ha permesso di approfondire il legame con Gianluca, di condividere con lui i chilometri di autostrade, stradine interne e strade fantasma dell’Abruzzo. Non ci siamo mai stancati di raccontare questa storia perché ad ogni presentazione c’era sempre qualcosa di interessante da approfondire, una nuova chiave di lettura o una curiosità legata al libro. L’attenzione dei lettori che seguono il progetto di Radici penso sia una grande medaglia al collo di questa avventura editoriale.

Mia madre, lo capii poco dopo, era convinta che se uno era in grado di leggere, allora poteva leggere qualsiasi cosa, in qualunque lingua2

Quanto secondo voi, il legame con le sue radici ha influenzato Vincent nella ricerca del riscatto e di una vita migliore in terra straniera? E quale è il vostro di rapporto con le radici?

ADS: Comprendere l’importanza e la necessità del senso di appartenenza per gli italiani che emigravano negli Stati Uniti ci permette di gettare luce sul contesto in cui Vincent ha combattuto e vissuto. Per coloro che intraprendevano il viaggio verso una terra così lontana, spesso senza conoscere la lingua e senza il supporto di parenti o compaesani che potessero accoglierli e orientarli, l’esperienza era permeata da un profondo senso di smarrimento, che assumeva contorni drammatici. Le radici rappresentavano un’ancora di salvezza, un’opportunità aggiuntiva per superare le numerose sfide; si manifestavano attraverso le comunità formate da compaesani che si riunivano periodicamente, le lettere ricevute da casa e smistate dai giornali italiani, e le bottiglie di vino fatte arrivare di nascosto nei circoli o nelle assemblee serali dei lavoratori.Vincent ha potuto fare affidamento sulla fiducia della Federazione Colombiana, guadagnata durante gli anni della sua presidenza e attraverso l’attività editoriale per “L’Unione”. Facendo leva su questa forza collettiva, è riuscito a entrare in politica e a ottenere risultati concreti per l’intero stato del Colorado. Questo legame non lo ha limitato, ma al contrario gli ha consentito di guardare lontano e progettare grandi imprese. È a questa idea che desidero associare anche il mio senso di appartenenza.

GS: C’è un passaggio importante nel libro, in cui Alessio si sofferma sulla frase “United we stand. Divided we fall”, utilizzata come sottotitolo della testata di uno dei giornali di Massari. Vincent mise in pratica questo motto con i suoi “paesani”, vicini e lontani, per affrontare le sfide che gli si stavano proponendo davanti e gli è servito senz’altro a farsi forza e a dare sostegno a tutti gli emigranti che leggevano le sue pagine. Ecco, facendo bene le dovute proporzioni, mi piace paragonare la sua esperienza alla mia, perché quello che sto cercando di costruire attorno a Radici è una comunità di persone che non siano per noi solo autori o autrici, ma che riescano a contribuire a una crescita costante del progetto attraverso la condivisione di idee e narrazioni e in questo, nonostante le esperienze vissute al di fuori della mia comfort zone, devo dire che i legami saldi costruiti nel tempo nella mia terra d’origine si stanno rilevando molto utili.

E dopo Vincent, quali progetti avete in serbo?

ADS: Personalmente sto ancora raccogliendo i frutti che la ricerca su Vincent mi ha regalato. Ho in programma di riordinare il materiale archiviato durante la ricerca sul campo negli Stati Uniti per renderlo accessibile agli appassionati. Poi c’è da continuare a far crescere la Piccola biblioteca marsicana, con nuovi contenuti che ho messo da parte in questi mesi e che aspettano solo di essere approfonditi. E poi chissà che durante le nuove ricerche non esca fuori una storia interessante da raccontare tra le pagine di un libro.

GS: Oltre a quello di sopravvivere in questo bellissimo ma maledetto settore editoriale intendi? Scherzi a parte, il piano editoriale per il 2024 è ormai praticamente chiuso e speriamo che l’anno prossimo possa rappresentare il momento giusto per provare a uscire un po’ dai confini regionali. Per questo vado di spoiler e annuncio qui che il nostro titolo di punta dell’anno prossimo sarà una raccolta di racconti di diciotto scrittrici americane contemporanee, tutte però con origini italiane. Diciotto donne che faranno i conti con il proprio passato familiare, in un vero e proprio viaggio attraverso il loro patrimonio identitario, sulle tracce della propria esperienza migratoria e all’interno delle due comunità, quella americana e quella italiana d’origine.

In qualche modo mi è sembrato che un lunghissimo filo ripercorresse il cammino all’indietro e attraversasse il tempo e lo spazio per riavvolgersi lungo il contorno del Fucino e abbracciare i pescatori.3

1 Alessio De Stefano, Vincent Massari Cronache di un abruzzese d’America, Radici Edizioni 2023 p.17

2 Idem, p.133

3 Idem, p. 157

Profumo, chiave della realtà

Photo by Vicky Ng on Unsplash

Odora di menta. Questo in Liguria è il massimo insulto che si può rivolgere ad una piantina di basilico, come spiega Laurel Evans in Liguria The Cookbook1. L’odore di menta indica che la pianta è troppo matura, che le foglie tenere hanno perso il dolce, delicato aroma della loro giovinezza e hanno assunto quel sapore pungente, più simile alla menta, tipico delle piante più vecchie2. Le nonne liguri, dedite alla preparazione del pesto, riconoscono questa caratteristica alla prima annusata e riescono così a selezionare le migliori foglie per ottenere una salsa con un gusto perfettamente bilanciato.

Nonostante la sua evidente utilità, in cucina come in altri ambiti, l’olfatto ha sempre avuto una cattiva reputazione, come se fosse la minore tra le facoltà umane, pur essendo, in realtà, un senso fondamentale, che ci mette in connessione con la realtà che ci circonda, rivelandone i dettagli intangibili. È stato senza dubbio il virus Covid-19, a causa del quale molte persone sono state colpite da anosmia (perdita dell’olfatto) a riportare l’attenzione sull’importanza di questo senso, come veicolo per la comprensione del mondo che ci circonda.

Harold McGee, famosissimo storico dell’alimentazione, vincitore del James Beard Award per il suo indispensabile trattato On Food & Cooking3, è rimasto talmente affascinato dall’esplorazione dell’olfatto da dedicargli il saggio Nose Dive. A Field Guide to the World’s Smell4 in cui compie una ricerca ben al di là del cibo, portando i suoi lettori in una vera e propria storia degli odori. McGee sottolinea la potenza dell’olfatto, che ci consente di percepire le molecole volatili: minuscoli pezzetti di mondo, così piccoli da riuscire ad allontanarsi dalla loro fonte e volare invisibili nell’aria che raggiunge il nostro naso.

Ciò che è subito evidente è che crescendo nel tardo ventesimo secolo, nel nostro mondo pre-impacchettato, sanificato e deodorato5 prestare attenzione agli odori è un’attività che compiamo molto di rado. Ma l’olfatto è uno strumento necessario per la nostra conoscenza della realtà, è un veicolo dei ricordi e, soprattutto, è un aspetto cardine della nostra esperienza del cibo. E questo a causa di un particolarissimo fenomeno biologico chiamato olfatto retronasale: la percezione olfattiva che avviene quando gli odori vengono trasportati dalla bocca al naso mentre si espira.

La verità è che noi esercitiamo l’olfatto in due modi. Annusiamo ciò che è all’esterno attraverso il nostro naso, ma percepiamo anche l’odore di quello che stiamo masticando nel retro della gola. Durante la masticazione e la deglutizione alcune molecole vengono rilasciate nell’aria presente nella bocca e sospinte nella cavità nasale, stimolando i recettori olfattivi: queste sono le sensazioni olfattive retronasali, che il nostro cervello collega a quelle gustative6. E l’unione di questi stimoli sensoriali di gusto e olfatto crea una meta-sensazione, quella che gli inglesi identificano come flavour, sostantivo la cui traduzione è sapore, ma anche gusto e aroma.

Pensiamo al pane. Il più semplice dei cibi al mondo: acqua, farina e un po’ di sale, con infinite possibilità, infiniti gusti e profumi. Per chi è caduto vittima della schiavitù della panificazione durante il lockdown, allenare l’olfatto è diventata una pratica quotidiana. Riconosciamo l’odore dolce, caldo, di banana del lievito madre in piena forma, pronto per essere usato; quello pungente, acido, di un lievito sofferente, collassato, che ha bisogno di un rapido rinfresco e l’odore invadente del pane che finalmente cuoce in forno, che riempie tutta la casa, ed è il profumo dell’orgoglio, della soddisfazione di aver creato da zero qualcosa di così atavicamente buono.

Ma perché percepiamo il gusto del pane come nettamente superiore a quello di altri prodotti che hanno gli stessi ingredienti, come i cracker ad esempio? È tutta una questione di aria e di olfatto retronasale e lo spiega perfettamente Michael Pollan nella puntata dedicata proprio all’aria7 della serie Cooked, tratta dal suo omonimo libro8. Tutte le bolle d’aria [del pane] contengono gas dice Pollan quindi c’è un aroma che sale attraverso il retro della bocca fino alle cavità nasali e lì viene assaporato. L’aria, e la fisiologia del nostro olfatto, rendono un semplice boccone di pane un’esperienza complessa, capace di imprimersi nella memoria come la madeleine di Proust.

Il pane mi piace che abbia un “naso” (un profumo) deciso, che la mollica accarezzi le papille gustative come una serie di onde che lambiscono la spiaggia lasciando un poi di schiuma ogni volta che si ritirano scrive Laura Lazzaroni ne La formula del pane9, confermando poeticamente come odorare il pane sia un passaggio obbligato per apprezzarne il gusto.

La particolarità dell’odore retronasale, che viene assimilato dal nostro cervello come sapore, è stata concretamente sfruttata nel 2016 da due ragazzi tedeschi, Tim e Lena, che per un progetto universitario10, in cui si richiedeva di unire design e neuroscienza, hanno creato il prototipo di una elegantissima e colorata borraccia. Una borraccia che eleva la semplice acqua con cui viene riempita attraverso dei pod aromatici, da posizionare nella parte superiore, vicino alla cannuccia. Bevendo si crea un’aspirazione per cui il pod rilascia il suo profumo e questa aria aromatizzata viene percepita dal nostro cervello come un sapore, ingannandolo e facendogli credere che stiamo bevendo un succo di frutta o un cocktail, quando si tratta invece di salutare acqua senza alcun additivo.

Mi viene in mente la scena di French Kiss11 in cui Kevin Kline fa annusare a Meg Ryan, in una stanza polverosa di un romantico casale nella campagna francese, alcune boccette contenenti bacche, erbe e terra, prima di farle degustare un bicchiere di vino rosso. Gli aromi appena odorati le consentono di ritrovare gli stessi sapori nel vino, come un’esperta sommelier. Da tutti questi esempi è chiaro come gli odori siano un collegamento con la realtà e con l’immaginazione, un ponte tra la nostra quotidianità e l’immenso mondo che ci circonda.

1 Laurel Evans, Liguria: The Cookbook. Recipes from the Italian Riviera, Rizzoli USA, 2021
2 idem, p. 63
3 Harold McGee, McGee on Food and Cooking: an Encyclopedia of Kitchen Science, History and Culture, Hodder & Stoughton, 2004. Traduzione italiana: Harold McGee, Il cibo e la cucina. Scienza, storia e cultura degli alimenti, traduzione di Federico Rapuano, Ricca Editore, 2016
4 Harold Mcgee, Nose Dive: A Field Guide to the World’s Smell, John Murray, 2020
5 Harold Mcgee, Nose Dive: A Field Guide to the World’s Smell, John Murray, 2020
6 Carlo Gibertini, Post-covid, la riscoperta dell’importanza dell’olfatto su La Cucina Italiana online, 2 marzo 2022
7 Cooked, stagione 1, episodio 3, Aria su Netflix
8 Michael Pollan, Cotto, traduzione di Isabella C. Blum, Adelphi, 2020
9 Laura Lazzaroni, La formula del pane. Il metodo per imparare l’arte della panificazione domestica, Giunti, 2021
10 https://it.air-up.com/pages/air-up-infos
11 French Kiss di Lawrence Kasdan, 1995

Mon petit

Photo by Philipp Trubchenko on Unsplash

Mastico il mare, lo biascico dalle persiane che lasciano sgattaiolare porzionato il sole. Chi se ne fotte del sole. Ora di pranzo, puzzo di pesce spogliato del refrescume, pesce imborghesito da intingolo e fritto spesso. Non sbavo, sazia come sono di salsedine, salsedine e cracker mi nutrono ormai da giorni. Sputo il sale che mi cresce in bocca.

Le prime a sparire sono state le bouganville. Dal mio senso, dalle narici. Ho carezzato i fiori rosa, rosa cui hai affidato la cura di me, accuditela che è sola hai detto, e loro ubbidienti. Non recrimino, mon petit, le bouganville si danno affanno per me, me esiliata e me isolata ma ho te, lo so che io ho te, mon petit, non recrimino e le bouganville mi accudiscono ma non quel giorno, la mattina in cui hanno voltato i petali per non vedermi, chissà se offese da una mancanza che stupida non ho colto, le bouganville mi hanno espulso dal loro odore, e sputo il sale che troppo si addensa tra le labbra arse.

Poi il basilico, foglie piccine a cui dare recatto, a dirla come gli indigeni, il basilico odoroso che incontra i pinoli per far la muta in pesto, pesto pestato da un pestello nel marmo, anche se il nostro è da un frullatore ma non spifferiamolo ai vicini. Ti piace il pesto, il pesto leggero col basilico tritato fino fino, senza un pinolo o un pezzetto d’aglio intonso, che fa un profumo verde chiaro quasi fosse una crema, la crema che mi cospargo in volto la sera quando mi dici che so di buono, so di mamma anche se non abbiamo figli, noi due, e guai se il pesto ti mostra un granello grossolano, guai se dimentico di dare la crema che mi hai regalato, quella che sa di tua madre, se no sono piatti che schiantano e vasetti che rotolano come bocce.

Il secondo gran colpo, all’olfatto mio ignaro, è arrivato la sera dopo, quando sono stata al giapponese: né sushi, né salse e neppure i tempura dell’all-you-can-eat hanno ridestato le mie narici, la lingua gioiva e il palato a smistare e gradire, non come quando a Natale il virus si è fottuto i ravioli di tua madre contraccambiando con ageusia e anosmia.

Eppure. Nessun salmone, non tonno né l’amido del riso ha dato senso al mio naso, tutto bloccato quasi avessi il suggello invisibile che mi concentro a creare se mi tuffo sott’acqua. Ma io stavolta non lo volevo, il suggello!

Stai bene? avresti detto, se fossi stato con me, e io sì sì mon petit, mangio lenta per meglio assaporare, ma tu non c’eri e ogni boccone diceva anosmia.

La notte ho smanettato su internet, da allora so dare un nome al mio malessere. Ageusia è di chi non sente i sapori, e non ce l’ho posso stare tranquilla. Anosmia è invece ‘sta cosa che mi riguarda, ho cercato sul cellulare a luci spente mentre taceva la casa, questa casa dove mi hai portato senza che io volessi ma ti ho perdonato, ti perdono se ho mollato il lavoro tanto la salsedine ora mi appaga, mastico salsedine che corrode il cervello e a volte mi abituo. Ho cercato mentre la casa, sei tu questa casa che stringe blocca e controlla, mentre la casa giaceva, e ho scoperto che non sono le sole rifiutate dagli odori, queste narici asimmetriche ereditate da un padre che mi annusava dove non doveva. Ti stupiresti della sacca della spesa piena di paste al tartufo, acciughe cipolle e aceto, sapori densi che mi attraversano ormai solo la gola. Anosmia, si diceva, e graduale: ho fatto esami che ho dettato da internet al dottore, non ho insufficienza renale né epatica, non ipotiroidismo, non adenoidi ipertrofiche né tantomeno tumori. Mi ha aiutato Freud, quella notte: disturbo di conversione, dunque io somatizzo il mio conflitto tra ucciderti e amarti, la distanza dagli odori è la stessa che vorrei prendere da te.

Ma non lo faccio apposta, mon petit, se potessi fiuterei ancora il dolciastro dell’ozono nel vento che preannuncia la pioggia, respirerei i bromofenoli, i dictioptereni e il solfuro dimetile che danno afrore alla salsedine, annuserei la saliva che tu mi sputi in faccia e il sangue acre quando mi prendi a pugni.

Nulla di nulla, io sento.

Ricordi quando ci siamo incontrati, mon petit?, eri così innamorato che mi volevi mangiare, pur di tenermi con te. Io che ridevo e mi sentivo regina, benché di un regno, allora ignoravo, che dimora agli inferi.

Ti ho perdonato, mon petit mon coeur, ho perdonato tua madre che mi spoglia per capire se i miei fianchi sono buoni da figli, tua zia che mi fa quasi stuprare da un uomo per testare la mia fedeltà.

E perdono te, che non mi hai mai difeso e a cui ho creduto quando mi davi le colpe.

Ero brava al laboratorio, ricordi, la mia equipe studiava la turbinmicina, ti ho fatto una testa così quando ci siamo conosciuti, sugli effetti antifungini del microbioma marino contro la Candida auris, e tu ascoltavi, ti avvicinavi e ripetevi: migliorerai il mondo.

Ho migliorato il tuo mondo, sì, sono diventata il giocattolo su cui infierire, la tua “cosa”, come mi chiami, che nessun altro vuole.

Non mi pesa, mon petit, non mi pesa asservirmi a un re feroce quanto nessuno immagina. Ma ora c’è l’anosmia con me, non sento nulla più che col raffreddore. Non mi lavo da giorni, voglio un odore così mordace da trivellare il suggello al naso, non faccio che annusare e presagirmi il corpo, fiuto le ascelle e fra le dita dei piedi e perfino là sotto, infilo un dito sperando che qualcosa puzzi.

Poi annuso te, mon petit mon coeur, ti sniffo in ogni piega della pelle, tra gli occhi vitrei e il naso che si va sformando, discendo agli arti e raggiungo quelle zone che a volte ti eccitano, e talora tacciono.

Un’ora fa masticavo cracker e salsedine, e ti fissavo come fissavi me un tempo, e ho sobbalzato al trillo del citofono per un avviso di raccomandata, sei stato tu l’ultimo a suonare quel citofono, dieci giorni fa la mattina, rientrando cupo per quella che hai chiamato troia, non me la dà perché sa che viviamo insieme, gliel’hai detto tu, strillavi, di noi due? Io che arretravo e la mia voce si rendeva piccola, pur sempre conscia di ciò che stavo per fare. Mi ero preparata, mon petit, ti mangerei pur di non perderti, ma da quel giorno, il giorno delle bouganville, in pegno ho dato ogni opportunità di odore.

Sei qui davanti e io ti carezzo il corpo, e immagino aspro l’olezzo della formalina: l’ago ha forzato a trapassarti l’addome, non come col solito cortisone per l’asma, te ne stavi rigido e tenace con la macchietta in pancia che incoraggiava a insistere.

Adesso i giorni sono trascorsi troppi, già o tra un po’ il putrido saturerà la stanza. Non preoccuparti, mon petit, non avverto il lezzo, starai sul letto finché i vicini non irromperanno.

E ti perdono se non sento il tuo odore, né la salsedine che ci mastica il cervello.

Ai panni

Foto di Mulyadi su Unsplash
Ai panni
è bastato un bucato;
al cuore una compressa,
alla pancia un pianto vero.

Unico rovello?
Eradicarlo dal cervello.

Lì senza un rumore
incanto senza tempo oltre il dolore
traccia persistente (tu, piuttosto, assente!)
indelebile 
incolore
l'odore che rimava col tuo amore.

L’odore della sera

Foto di Masaaki Komori su Unsplash
L’odore della sera è per me da sempre

la pompa gialla dell’acqua
slegata intorno ai piedi,

l’odore impastato di terra,
di fogna, di steli.

Serpente che avvolge la casa
a nutrire il giardino,

rituale che chiude la vita del giorno, di tutte le cose.

appunti

Photo by Agustín Ljósmyndun on Unsplash

FUMO

Fumisteria, di Fabio Stassi (Sellerio, 2015)

«Anche questa mattina che preannuncia l’estate, Donna Mariannina continua a fumare, e lo fa con rinfrancata caparbietà, sente ritornarsi le forze, e sa che fumerà finché non le tremeranno le mani. La stanza s’imporpora di nuovo, e dai vetri della finestrella già non si vede più nulla. Tutto è fumo ormai intorno a lei, che canta. […] Fumo la storia, la memoria, i libri e gli avvocati che verranno dopo l’avvocato Licata e gli uomini che seguiteranno le battaglie di Rocco. E soltanto qualche naso più fine degli altri, a volte, in particolari circostanze, potrà appena percepire un certo lontano odore di bruciato.»

In certi posti del retroterra si sente spesso, d’ estate, un odore di pneumatico bruciato. Lo si avverte generalmente di primo mattino o intorno al crepuscolo, è un tanfo acido, fastidioso. Quando l’aria è ferma, può durare per diverse ore, impregna i muri delle case, e resta per tutto il giorno nello spazio della percezione, latente, come un principio di nausea. A volte lo si vede: è un fumo nerastro che appanna l’aria, s’infiltra nella freschezza della rugiada, contamina i profumi della terra.

Da dove arrivi quell’odore è sempre un mistero, forse da non molto lontano, da qualche campo semi-abbandonato in cui si smaltiscono materiali di risulta. Sono solo foglie secche, direbbero gli incendiari se colti in fallo, scellerati.

Verso fine estate, con una regolarità fuori dall’ordinario e sempre all’alba o al tramonto, quel fumo cambia colore e consistenza. Diventa bianco e perde acidità, a volte sa di resina e di sambuco.

Chissà chi ha esagerato col profumatore a bastoncini – pensa qualcuno – e già si sentono gli scricchiolii del legno che cede sotto le fiamme che si vedono in lontananza. Sono in alto, sulla cima delle colline, dietro le case. Il fuoco procede in moto accelerato: prima una lingua isolata, poi due, cinque, dieci vampate poco lontane tra loro, che prorompono in un incendio che ricorderemo per anni.

Il rituale consolidato: le telefonate si accavallano ai vigili del fuoco, alla forestale, alla polizia, ai carabinieri, alla finanza, alla guardia costiera, tutte con lo stesso esito, Aspetti, dobbiamo verificare la credibilità della sua denuncia, l’affidabilità della sua persona, l’attendibilità dei suoi occhi. Carta d’identità e codice fiscale. Da quanto tempo non va a visita dall’oculista? E dall’otorinolaringoiatra? È sicura, dico è sicura, di quello che sta dicendo? Lo sa che denunciare il falso è un reato penale? È mio dovere farle queste domande, sto solo facendo il mio lavoro, allora lei dichiara che in data tot alle ore tot una colonna di fumo si alzava a circa duecento metri in linea d’aria dalla sua abitazione in via xy, dando evidenza di un principio di incendio, bene chiameremo se abbiamo bisogno d’altro, mandiamo una squadra in sopralluogo Quando? Eh, è agosto, lei lo sa il personale è ridotto, arriviamo il prima possibile.

Quel prima diventa sempre troppo tardi, quando nulla resta da fare se non sperare che calmi lo scirocco e no, non pioverà, dice un vecchio a un giovane, entrambi parte del grande gruppo di persone che sorveglia le case ai piedi della montagna. Tutto brucia fino a che pure la terra diventa cenere e non rimane che la roccia viva a fare da scudo ignifugo.

Un tempo era tutto bosco, c’erano le querce e gli ulivi e la macchia, dicono. Ogni estate è così, in questa specie di campagna edificata, circondata da colline che non rinverdiranno mai. Qualche volta si identificano pure i piromani, ma l’evento nemmeno fa notizia, a meno che non si tratti di un ragazzo di quindici anni, sorpreso dalle telecamere di sorveglianza a lanciare gli inneschi nella radura. È stata una bravata, dicono, e allora pure la verità diventa fumo.

Editoriale #5

Photo by Bibi Pace on Unsplash

*Splenderà Michela Murgia*

Questo numero sull’odore uscirà nella sua totalità a fine agosto, ma la sua preparazione risale anche a prima di questi mesi d’estate.
Perché d’estate un po’ bisogna riposarsi. E se non si può, almeno ci sono la luce e il sole che ci aiutano ad avere l’energia per continuare e tenere duro per gli obiettivi che un po’ ci siamo prefissati e un po’ ci capitano tra capo e collo.
Avrei voluto mettere citazioni, fare paralleli letterari, ma è vero che questi mesi sono stati un po’ anarchici: ho letto tanto e quel che mi pareva, ma nel frattempo ho lasciato un po’ la vita accadere. Ho messo in cantiere nuovi progetti (a breve la newsletter), ma ho anche tirato il freno su altro.
Però l’odore mi ha accompagnato in questi giorni, grazie soprattutto agli autori che hanno scritto per il blog, e poi alla vita.
Ecco, il numero sull’odore è sulla vita e quotidianità.
Vi lascio allora la mia lista di odori per questa estate. Io la riprenderò sicuramente quando è troppo buio o vorrò aggrapparmi a un ricordo.

Borse chiuse, ferro delle zip, plastica degli infradito, crema solare, alcool denaturato, citronella, abete di Vancouver, scroscio di pioggia, disinfettante, rotolone di carta del lettino della guardia medica, acqua di colonia, erba secca, bruciato, birra acida, colla degli sticker, basilico, fiori recisi, stucco fresco, incenso, mentuccia, rosmarino, piante di pomodoro, fettine panate fritte, ciambelle al vino, zucchine alla griglia, vino e aceto, acqua di mare, bagni pubblici, sabbia bagnata, pozzanghera, gelato, panni stesi al sole.

A presto
Pamela

In questa uscita:

Redazione: Pamela Frani, Elisabetta Carbone
Poesie: Lucia Brandoli, Andrea Viviani
Racconto: Roberta Poggio
Articolo: Francesca Romana De Bernardino
Appunti: Carmela Fabbricatore

Il prossimo numero uscirà a fine ottobre e il tema sarà “Radici”.

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