Squarci di ricordi fustiganti strappati come coriandoli di pelle coprono di buio un mattino ottusamente a festa e danzano mesti i lembi del mio pianto mentre china t’accompagno verso il silenzio (di te che resta?)
Maledico questo giorno che cerbero o distratto sposta il tempo avanti e sradicando arbusti rilascia semi di sofferenza come aghi neri in un blues obliquo.
La mia voce ti ritrovi sempre (ma tu mi ascolti?) Vorrei nuotare con la memoria accesa dentro il tuo grembo per un'altra vita riconoscendo il verso del pesante tuo destino sospeso nel sorriso e poi vinta.
E giù per gli angusti vicoli di Toledo, darti la mano e con te levigare il canto della solenne guida. Io estatica ti osservavo. (Ricordi? Era una festa) Se tu non mi ascolti più di me che faccio?
Una folla di pensieri grigi scende e e lenta sciogli il tuo sospiro in vuote oscure ombre tracce evidenti di un passato perso. (perché mi lasci?)
come quando ero un bruco e tu mi portavi dovunque con te, e non c'era nessun nessunissimo niente senza di te, così qualche luogo di me come sacca o palude
che sta dentro la terra, ma è acqua ed è acqua di mare, qualche luogo di me si è incantato e continua a vederti come eri a trent'anni, in cucina in golena in Trentino:
è da venerdì scorso, tu stavi dormendo e io ritornavo a piedi in stazione, così come tante altre volte, sotto il sole, e in via Carri ho sentito un amore improvviso
per l'erba gelata e la neve tra i ciottoli e i sassi del selciato e l'inverno, che ancora è così dopo tanti autunni inverni e stagioni e gli anni e l'ovunque e infatti
senza te nessunissimo niente, con te tutto il tempo tra sacca e pianure
Mercoledì -
allo scoccare delle tredici
la nostra soglia di casa
diventa la tua tomba.
Nascondo nel tuo grembiule
una scatola di bottoni
Torre del Silenzio
in cui smembro ricordi.
Sei di stanze altissime ormai
bianche e senza tensione
- ti prende il vento
che ti lascia a piedi scalzi.
–
Mi disegnavi rami di ciliegio
sulla linea della vita
il tuo strascico nuziale
era il marmo che ti copre.
Avevamo giorni di deserto
spirali di fumo all'ultimo piano
febbraio appeso alle gambe
per un'altra scalinata di luce.
Di quel pellegrinaggio
non è rimasto niente
il daino coi suoi palchi
ci ha distrutto tutti i letti.
–
Sei nata con la fioritura
dei rododendri
sulla strada da Santa Maria
a Palazzo Bonifacio
eri tinta di rosso
io ero bianca
cielo affilato come ossa
non c'erano lupi alle dieci
alla prima doglia
ti sei inginocchiata
tra la montagna
e il parcheggio abbandonato
la gazza ladra e la cornacchia
avevano già nascosto il nido
ti avevano già lasciata sola.
navi affondano
il mistero del silenzio
salutati i baci
delle ombre a cui
sbocciavano ali
tentennavo
marciume
colava nelle
serre
delicata
goccia letale
educata a
sentirmi mia
tra i cuscini
dello Spirito
vegliardo
mi riconoscevo
e abdicavo
la punta delle dita
a ponte
per un respiro
crollato:
cado curva
cucchiaino
al miele.
~
la schiena cola
a picco
nell’umore sudato
starnutisce il setto
deviato dall’anima
fatica il livore
eradico
il risultato spento
messa magica
la pena redetta
l’ululato si appresta
tra i tonfi di Berenice
uno scheletro di silicio
ride - e io
gli tendo la mano
rovesciata
aria
portami via.
crip crip.
L’inchiostro della nebbia
sbrina la ringhiera
la tv gorgoglia accesa
sbrocca la caffettiera.
Ciaspolano
le tende sul balcone
il vento risale da Nord-Est
secondo i mattinali.
Al plenilunio
mi fermo ad annusarti
un gatto fulvo
che mastica legnetti.
Tizzoni d’ambra
scorticano il silenzio
i vivi hanno raccolto
la luce per l’inverno.
Cella
la vita
imparata coi palmi
un’ellisse
di ripetizioni di minuzie
tralasciando
le foreste di angoli in fiamme
lì fuori.
La luce
che entra comunque
ha portato il baratto
della libertà dei secondini
per gli occhi degli ergastolani
garze lente
sulle dita del giorno
esercizi complessi
contro l’indulgenza.
S’impara piano
la compressione del torace.
Ordine
Dato
tutto il dolore
dato
verrà comprato un quartino
e le pareti divisorie sfondate.
Un muratore romeno
e la bottiglia di plastica
bianca per metà
aspetteranno la paga.
Nelle nostre tasche
le costole di corvo
non saranno diventate
ancora sonanti.
Ridai a noi
come ai nostri debiti d’ossigeno
una parte di pace
ordinata da lontano.
Paroxetina 20 mg
per dare un nome al citofono.
Vale come agnus dei a voi,
Oh corrieri, vi prego suonate
tutte le campane delle vostre strade.
Trema
in volo la falena.
È l’esito del tempo,
ma l’ansito dura poco.
Non vado avanti, mi umilia
lo strappo, la ripetizione
patologica del mio cinismo.
Per amore tuo, non smetto
di parlare. Poi dico, parla tu.
C’è qualcosa, viso nel tuo viso
che ricorda la falena
lontana dai tremori,
ma non passo, non passo
la collina sonnambulo
mentre lavoro per voi.
dice che tutti un giorno si va dice che siamo portati in Brasile in grandi camere vuote dove nessuno parla italiano anzi proprio non parlano affatto con finestre da cui vedi solo la notte la luce e non senti più il tempo e non senti neppure il dolore per cui se vi sembra che siamo ormai persi di testa è per questo mi dice è che già ci troviamo in Brasile in stanze rivolte a occidente perché da infinito veniamo mi dice veniamo e a infinito torniamo
Ah, se non fossi astemia!, dopo il terzo bicchiere ricorderei tutti gli accenti masoretici, gli aoristi, la forma di alif maqsurah, il frammento B1 di Anassimandro, la playlist con la quale i trovatori importarono l’amore in occidente.
Ma anche a tè e gazose so che ci sei pure se non so dove, Tebaldi, e ti parlo come ora che invano provo a tradurre Bereshit 1:2, dove è deserto e tenebra e il suo respiro aleggia sulle acque.
E anche da astemi tutto si confonde: lettere che disegno e non so leggere, verso Ostellato i campi d’immanenza, vecchi giri in palude e le tue foto; e maqqep si confonde con midbar, la camera oscura con la notte.
Tu non credere mai nell’assenza ti dico ora e ti dirò anche poi con foto federe tazze con i tessuti delle voci nei colori ma intanto finché son qui con la mia voce come in certe poesie piene di verbi al modo imperativo ora ti dico ascolta nell’assenza non credere mai
Ciò che guarda modifica così la fisica quantistica ma quanto anche lo sguardo che manca muta la forma mutila scolpisce con l’assenza
–
Ti allontani e qualcosa si allenta muta mi guardo mutare non il cuore battente o i polmoni ma le piccole squame sul corpo ho creduto per poco all’idea di nuotare di nuovo sottacquea ora ho chiaro i dettagli quei tagli non erano branchie davvero
–
Avere anima anfibia nel fango secco arida anni minuti giorni in assenza di sentire in insensata attesa di parole e di pioggia