Abbiamo viaggiato così a lungo, io e te, per non arrivare da nessuna parte. Abbiamo desiderato tenerezza, lenzuola pulite stese al sole, un posto dove avere fondamenta. Ma come trovarle sulla riva di un fiume in piena? Eravamo argilla morbida, io e te, acqua e terra.
Con la stagione secca, nuvole di polvere si avvicinavano alla nostra casa. Una voce disse di scappare prima del loro arrivo, prima che non restasse più niente di noi. Era la voce del mio amore. Tutto è morto. La terra, gli animali, l’acqua, gli amici. Ho afferrato una manciata di semi minuscoli con cui facciamo il pane, l’ho messa in tasca. Li sgrano tra le dita quando non so andare avanti, non so tornare indietro.
Come può una persona essere due? Come due diventano una? Quando abbiamo lasciato la nostra terra eravamo già io e te. E insieme al ventre è cresciuta la scorza che mi racchiude, che sopporta e sostiene. La mia scorza si ispessiva, e tu eri protetta. Abbiamo camminato attraverso la sabbia arida e senza fine. La nostra argilla sempre più secca pregava acqua. L’urina era come un sollievo tra la massa di corpi nel buio del furgone. Ascoltavamo cadere quelli aggrappati fuori a questa scialuppa nel deserto.
Abbiamo aspettato, io e te. In una terra desolata, alla mercé di guardiani feroci. Il loro alito puzzava di alcol cattivo, non come il vino dolce di casa. Non c’era più musica nelle mie orecchie, il suono delle corde pizzicate, il canto profondo delle donne, ma solo le loro parole biascicate piene di derisione. La mia lingua un sogno dimenticato, dimenticati i piedi nudi sull’erba e il vento nei capelli, l’odore di spezie e guava, il miele dei dolci morbidi.
Il corpo doveva cambiare forma, era tempo. La pressione lungo i fianchi, il bacino, la parte bassa della schiena arcuata in avanti. Una carezza sulla pelle tesa, calci e slittamenti, in utero. Acqua tiepida tra le gambe. Il dolore e la paura hanno segnato la linea della partizione. Nel momento più vivo, ero cadavere. In quello spazio d’oltretomba, abbiamo combattuto, io e te, per stare assieme, resistere alla nuova forma. La placenta, ombra che muore, è stata gettata via da mani sconosciute. Non c’è stata cerimonia all’albero della vita. Ogni cosa sacra dimenticata, il mio sangue cibo per cani randagi. Ci siamo guardate per la prima volta, io e te, eri il mio mistero fatto carne. Ti ho nutrita. Latte bianco per ossa bianche. I miei occhi rivolti alla dolcezza delle tue minuscole mani strette a pugno. Le tue cellule nel mio sangue, le mie nel tuo. E quelle di mia madre nelle mie e nel tuo. Una composizione di altre, io e te.
Ma il viaggio non era finito. Voci spietate l’avevano abbaiato nell’ora senza ombre. Dovevamo aspettare la notte, salire su una barca troppo piccola. Lo sgambetto della paura mi ha fatto inciampare sulla sabbia umida. Ma ho raccolto gli ultimi semi di casa, quel luogo da dove non proveniamo più, dal fondo delle tasche li ho buttati in acqua. La barca ha preso il largo.
La nostra prima volta in mare è finita in uno schianto di onde. Ora io e te guardiamo il mondo da sotto a sopra. I pescatori ci pescano gli occhi nel mezzo del Mediterraneo. Ci vedono attraverso l’increspatura dell’acqua?
Squarci di ricordi fustiganti strappati come coriandoli di pelle coprono di buio un mattino ottusamente a festa e danzano mesti i lembi del mio pianto mentre china t’accompagno verso il silenzio (di te che resta?)
Maledico questo giorno che cerbero o distratto sposta il tempo avanti e sradicando arbusti rilascia semi di sofferenza come aghi neri in un blues obliquo.
La mia voce ti ritrovi sempre (ma tu mi ascolti?) Vorrei nuotare con la memoria accesa dentro il tuo grembo per un'altra vita riconoscendo il verso del pesante tuo destino sospeso nel sorriso e poi vinta.
E giù per gli angusti vicoli di Toledo, darti la mano e con te levigare il canto della solenne guida. Io estatica ti osservavo. (Ricordi? Era una festa) Se tu non mi ascolti più di me che faccio?
Una folla di pensieri grigi scende e e lenta sciogli il tuo sospiro in vuote oscure ombre tracce evidenti di un passato perso. (perché mi lasci?)
come quando ero un bruco e tu mi portavi dovunque con te, e non c'era nessun nessunissimo niente senza di te, così qualche luogo di me come sacca o palude
che sta dentro la terra, ma è acqua ed è acqua di mare, qualche luogo di me si è incantato e continua a vederti come eri a trent'anni, in cucina in golena in Trentino:
è da venerdì scorso, tu stavi dormendo e io ritornavo a piedi in stazione, così come tante altre volte, sotto il sole, e in via Carri ho sentito un amore improvviso
per l'erba gelata e la neve tra i ciottoli e i sassi del selciato e l'inverno, che ancora è così dopo tanti autunni inverni e stagioni e gli anni e l'ovunque e infatti
senza te nessunissimo niente, con te tutto il tempo tra sacca e pianure
Tutto è cambiato il giorno in cui ho perso mia madre.
Il dolore era un tessuto sottile, che avvolgeva ogni mio pensiero.
È stato allora che ho trovato rifugio nelle parole.
Ho trovato libri in grado di accarezzarmi e nutrirmi. Grazie a loro ho ricostruito il mio spazio interiore.
La ricerca di mia madre nella letteratura si è trasformata in un viaggio complesso e stratificato che ha a che fare con le evoluzioni sociali, culturali e antropologiche della nostra epoca.
Parlare di madri significa narrare di identità, conflitti interiori, relazioni di potere e gerarchie sociali. È un viaggio infinito, che ci forma e trasforma: forse per questo continua ad essere un tema fortemente esplorato.
Se anche voi amate approfondire la maternità in tutte le sue declinazioni, troverete qui di seguito alcuni suggerimenti per letture e visioni.
IL SECONDO SESSO di Simone de Beauvoir – Il Saggiatore
Prima pubblicazione 1949
traduzione dal francese di Roberto Cantini e Mario Andreose
Non ci sono madri «snaturate» poiché l’amore materno non ha niente di naturale: ma, appunto per questo, ci sono delle cattive madri. È una delle grandi verità che la psicanalisi ha rivelato, è il pericolo che costituiscono per il bambino i genitori «normali». I complessi, le ossessioni, le nevrosi di cui soffrono gli adulti hanno la loro radice nel passato familiare; i genitori che hanno i loro conflitti, i loro problemi, i loro drammi, sono la compagnia meno desiderabile per il bambino
Pubblicato per la prima volta in Francia nel 1949 con il titolo Le deuxième sexe, questo libro rappresenta una vera e propria pietra miliare del pensiero femminista. La filosofa di Simone de Beauvoir si distingue per il suo approccio innovativo e lungimirante. La sua lucidità di pensiero travalica le semplici critiche sociali proponendo una rivoluzione della coscienza, individuale e collettiva, per superare le ingiustizie e promuovere una vera parità di genere.
Durante il periodo delle notti azzurre pensi che la fine del giorno non arriverà mai. Quando le notti azzurre volgono al termine (e finiranno, e finiscono) provi un brivido improvviso, un timore di ammalarti, nel momento stesso in cui te ne accorgi: la luce azzurra se ne sta andando, le giornate si son già fatte più corte, l’estate è finita. Questo libro si intitola «Notti azzurre» perché all’epoca in cui lo iniziai i miei pensieri erano sempre più concentrati sulla malattia, sulla fine della promessa, l’affievolirsi dei giorni, l’inevitabilità della dissolvenza, la morte del fulgore. Le notti azzurre sono l’opposto della morte del fulgore, ma ne sono anche l’annuncio.
Joan Didion ha il raro dono di trasformare le parole in arte, e in Blue Night questa sua maestria brilla ancora di più. Ogni frase è cesellata con cura, è frammento di memoria che si svela lentamente, lasciando il lettore avvolto dall’incanto della sua poesia silenziosa. Blue Night è la ricerca di un scopo per sopravvivere alla morte di una figlia. Joan Didion in questo memoir rielabora il suo lutto di madre attraverso la lente dei ricordi che hanno il colore blu delle notti di New York.
Arrivare in un posto dove uno poteva amare tutto quello che voleva – senza dover chiedere il permesso di desiderarla – be’, ecco, quella sì che era libertà.
Una donna schiava, spinta dall’amore più puro e disperato è disposta a tutto per proteggere i suoi figli. È la storia del sacrificio estremo che una madre è in grado di compiere, pur di garantire un futuro migliore ai propri figli. Il romanzo di Morrison è un elogio alla forza dell’amore materno, una riflessione sul senso di colpa e il peso delle decisioni prese in nome di quell’amore.
Dall’omonimo romanzo di Toni Morrison, che le valse il prestigioso Premio Pulitzer è stato tratto il film Beloved del regista americano Jonathan Demme con Oprah Winfrey, Danny Glover e Thandiwe Newton. Il film è stato candidato agli Oscar.
Le ore di Michael Cunningham – La nave di Teseo 1999
traduzione dall’inglese di Ivan Cotroneo
Non c’è bisogno di affrettarsi. Non c’è bisogno di brillare. Non c’è bisogno di essere altro che se stessi.
Tre donne che, pur appartenendo a epoche e contesti diversi, fanno i conti con il ruolo materno. Virginia Woolf, con le sue lotte interiori, riflette le complessità di essere madre in un’epoca in cui le aspettative sociali si scontrano con i desideri personali. Laura Brown, è una donna moderna alle prese con le pressioni di una vita familiare apparentemente perfetta, e Clarissa Vaughan si confronta con un materno senso di responsabilità e di affetto incondizionato.
Anche questo romanzo si aggiudicò il Premio Pulitzer. Nel 2002 è stato tratto il film
The Hours per la regia di Stephen Daldry con Nicole Kidman, Julianne Moore e Meryl Streep. Nicole Kidman si aggiudicò l’Oscar come migliore attrice interpretando il ruolo di Virginia Woolf.
È già la quinta volta che il signore mi passa davanti. Quando sono arrivata, l’ho trovato in piedi di fronte al muro, intento a fissare l’unico orologio appeso alla parete. Forse avrei dovuto dirgli che era rotto, ma ho preferito farmi i fatti miei, tanto prima o poi se ne sarebbe accorto. Una volta appurata l’immobilità delle lancette, ha abbassato lo sguardo a terra e si è messo a camminare per il corridoio, percorrendolo da un capo all’altro in modo lento e costante. Lo guardo mentre si allontana per l’ennesima volta, ancora una manciata di passi e avrà raggiunto la fine, poi si girerà, e ricomincerà daccapo. Controllo il cellulare: le 16:31, c’è ancora tempo, l’orario delle visite termina alle 18:00. Guardo la porta chiusa, il vetro spesso e opaco che preclude la vista alla stanza e al suo contenuto, limitandosi a restituire il riflesso scuro della mia sagoma. Cerco di captare un minimo fremito dell’anta, come se, da un momento all’altro, dovesse spalancarsi e risucchiarmi dentro. Ma non succede nulla, la porta rimane immobile, e io faccio lo stesso, i nervi contratti. La bambina, invece, sembra piuttosto tranquilla. La scruto attraverso il riflesso della porta, mentre si guarda intorno, a separarci solo il vuoto di una sedia. Non ricordo se fosse già lì quando sono arrivata, ero distratta dal signore e dall’orologio. So solo che, a un certo punto, ho alzato lo sguardo e lei era nel riflesso.
Sento i suoi occhi addosso, prima o poi inizierà a fare domande a cui non ho nessuna voglia di rispondere, per cui mi preparo mentalmente. «Quand’è che ci fanno entrare?» sbuffa a un certo punto, arricciando le labbra e gonfiando le guance, le manine che sorreggono la testa piena di ricci scomposti. «Tra un po’», le rispondo, anche se dalla faccia che fa capisco che la mia risposta non la soddisfa. E infatti, poco dopo, riparte alla carica: «Tra un po’ quanto?» Stavolta sono io quella che sbuffa. «Non lo so. Tra un po’». Mio padre dice che sarei una madre fantastica, se solo non fossi così insofferente. Quando ribatto che di figli non voglio saperne, mia madre mi guarda come se avessi proferito la più ignobile delle eresie. «Non lo dire neanche per scherzo!» È ancora convinta che, prima o poi, cambierò idea.
La bambina dondola i piedi avanti e indietro, le punte delle scarpe bianche di tela non arrivano a toccare il pavimento. La maglietta rosa e i pantaloni con la fantasia a fiori la fanno sembrare ancora più pallida di quello che è, mentre gli occhiali tondi con la montatura azzurra scivolano in basso, tanto che deve continuamente arricciare il naso per sistemarseli. Sembra uscita da una delle foto che troneggiano sul mobile principale del salone dei miei, che per mia madre costituisce una delle tappe fondamentali di ogni tour della casa che si rispetti. Il suo vanto. Anche se, più guardo quella specie di sgorbietto con gli occhiali e i capelli in disordine, meno mi sembra ci sia qualcosa di cui vantarsi. Mia madre mi dice sempre che sono troppo dura, soprattutto con me stessa, e probabilmente ha ragione. Però, se avessi una figlia, le insegnerei perlomeno a sistemarsi gli occhiali senza farsi venire quell’odioso tic al naso, mostrandole come premere delicatamente la punta dell’indice sul ponte della montatura.
Mi accorgo che la bambina inizia a dare segni di impazienza, dondola le gambe con più forza, l’espressione stizzita e sofferente. «Voglio entrare!» dice con voce lagnosa, io tiro fuori il cellulare dalla borsa e faccio finta di rispondere a un messaggio, sperando che, a furia di ignorarla, prima o poi si stancherà. Ma quella non molla. «Io voglio entrare ora!» continua a ripetere, ha un timbro nasale che mi dà ai nervi. Cercando di non perdere la calma, le rispondo con una voce che non sembra neanche la mia: «Lo so, ma dobbiamo avere pazienza. Quando tocca a noi, ci chiamano e ci fanno entrare». La bambina sbuffa senza sosta, continuando quel suo dondolio frenetico, finché a un certo punto non sento le oscillazioni rallentare. Dal riflesso della porta, la vedo alzarsi in piedi e iniziare a esplorare il corridoio: ecco, brava, fatti un giro, basta che mi lasci stare. Ogni tanto, butto un occhio per accertarmi che sia ancora nei paraggi, quando muovo la testa gli occhiali scivolano leggermente verso il basso. Quasi senza rendermene conto, arriccio il naso per farli risalire, ma mi correggo subito e li risistemo con la punta dell’indice. In quel momento, noto che la bambina mi sta imitando. Ha smesso di frignare, addirittura canticchia e si guarda intorno con aria allegra, accennando piccoli saltelli.
Continuo a dirmi che sono contenta di non volere figli, anche se poi penso subito a mia madre, e mi sento in colpa.
Nel frattempo, il signore si è seduto, il busto piegato in avanti, le mani che reggono la fronte e tutto il peso invisibile che la testa fatica a contenere. Vorrei dirgli che lo capisco, questa attesa che sfianca i tendini e lo stomaco, ci lega come fratello e sorella, ma proprio quando sono sul punto di alzarmi e andare da lui, ecco che il corpo si indurisce di nuovo, inchiodandomi al mio silenzio. Da quando ho ricevuto la telefonata, non ho più voglia di parlare con nessuno. Ho diverse notifiche su whatsapp che continuo a ignorare, di gente che mi chiede come sta mia madre, e io non so cosa rispondere. Torno a fissare la porta chiusa e mi chino in avanti, premo con forza gli occhiali sul naso come se, in questo modo, potessi andare oltre il mio riflesso, e raggiungere la donna dall’altra parte del vetro, quella che nella foto sorride verso l’obiettivo, stringendo a sé la bambina con la maglia rosa e i pantaloni a fiori.
Come stai, mamma? Guarda chi è venuta a trovarti, in questo limbo asettico dove il tempo si ferma e addirittura rompe gli orologi. C’è tua figlia, tutta spettinata, che gira per il corridoio come se fosse al parco, ma tu non la sgrideresti mai per questo. Vuole vederti e sentirti dire che l’operazione è andata bene, che tra pochi giorni ti dimetteranno e che presto sarai di nuovo a casa con lei. Non sa ancora che non le sarà permesso entrare, nemmeno affacciarsi alla tua stanza, tanto tu non potresti vederla né sentirla. Potrebbe mettersi a urlare e piangere fino a farsi sanguinare la gola, non servirebbe a niente. Ti dico sempre che non voglio figli, ma se ne avessi, farei di tutto per non fargli oltrepassare mai quella soglia. E so che anche tu faresti lo stesso, se potessi scegliere. Guardala adesso, tua figlia, una scarna impalcatura di nervi pronta a crollare da un momento all’altro, lo sguardo fisso a una porta chiusa, mentre continua imperterrita a ignorare i messaggi che chiedono di te, perché tutti si aspettano buone notizie, e lei non vuole dire che non ne ha. Preferisce procrastinare, sperando in un responso diverso da parte del medico che in questo momento ti controlla i parametri, interpretando la lingua inconfutabile delle macchine che ti tengono in vita.
La bambina è tornata a sedersi, ora non dice una parola, il suo silenzio è strano, mi mette a disagio. La porta continua a restare chiusa, più la guardo e più mi sembra un miraggio, un pianeta che nessuno ha ancora osato esplorare. Vorrei alzarmi in piedi e toccare quella superficie opaca, per essere sicura che ci sia davvero, ma non lo faccio, per lo stesso motivo per cui non parlo e mi arrendo all’attesa. Perché, finché aspetto, so di avere ancora una madre. Se me ne sto qui, zitta e buona in questa anticamera d’inferno, mia madre è ancora la donna che mi abbraccia nella foto. Finché non rispondo ai messaggi, non devo dire a nessuno della telefonata di papà, quella in cui mi dice che l’operazione è andata per le lunghe, che ci sono state complicazioni. Che mamma si sarebbe dovuta svegliare, e invece no. Non ancora. Dobbiamo aspettare, sperare, al massimo. In effetti, la colpa un po’ è anche mia. Ero pronta a ricevere solo buone notizie, le stesse reclamate dalle notifiche sull’icona verde di whatsapp. Che gli rispondo, mamma? In questo momento, saresti l’unica in grado di capirmi, e infatti il tuo posto non è al di là del vetro, ma nel riflesso, nel vuoto della sedia accanto alla mia.
Lo sguardo della bambina è un piede premuto sullo sterno, mi toglie l’aria. Non mi guardare, vorrei dirle, vattene via, torna nella foto, torna da tua madre. Tu che puoi. Mi bruciano gli occhi, mi tolgo gli occhiali, premo le dita contro le palpebre chiuse per ricacciare l’agonia tra stomaco e costole, come quando uno sa che deve vomitare ma si trattiene finché la gola non è in fiamme. Se proprio devo piangere, voglio farlo nella stanza. Perché, se piango una volta dentro, mia madre dovrà svegliarsi per forza: con la bambina ha sempre fatto così. Se invece piango qui, in questo corridoio, lei non mi sentirà, e allora poi non si sveglierà più, e sarà tutta colpa mia. Devo resistere finché non sarò ai piedi del suo letto, solo allora potrò concedere all’angoscia di spezzarmi le gambe e tirarmi fuori tutti i pensieri a cui ho il terrore di dare forma. Mia madre si alzerà e verrà verso di me, per dirmi che certe cose non si dicono neanche per scherzo. Allento la pressione sulle palpebre, a poco a poco mi calmo e mi rimetto gli occhiali.
La porta si apre e mi coglie impreparata. Mi alzo di scatto, i nervi tremano ma non crollano, non ancora. A pochi passi dalla soglia, mi giro verso la bambina: al posto dei suoi occhi ingranditi dalle lenti trovo quelli acquosi del signore del corridoio. Mi regala un sorriso disfatto, io provo a ricambiare, senza riuscirci. Vorrei dirgli che mi dispiace, ma invece non dico niente, perché non c’è niente da dire. Guardo un po’ più su, dove c’è l’orologio, ed è come se la lancetta dei minuti stia avendo uno spasmo. Arriccio il naso per vederci meglio, ma è solo un’impressione. Entro nella stanza, la porta si richiude alle mie spalle senza fare rumore.
Mercoledì -
allo scoccare delle tredici
la nostra soglia di casa
diventa la tua tomba.
Nascondo nel tuo grembiule
una scatola di bottoni
Torre del Silenzio
in cui smembro ricordi.
Sei di stanze altissime ormai
bianche e senza tensione
- ti prende il vento
che ti lascia a piedi scalzi.
–
Mi disegnavi rami di ciliegio
sulla linea della vita
il tuo strascico nuziale
era il marmo che ti copre.
Avevamo giorni di deserto
spirali di fumo all'ultimo piano
febbraio appeso alle gambe
per un'altra scalinata di luce.
Di quel pellegrinaggio
non è rimasto niente
il daino coi suoi palchi
ci ha distrutto tutti i letti.
–
Sei nata con la fioritura
dei rododendri
sulla strada da Santa Maria
a Palazzo Bonifacio
eri tinta di rosso
io ero bianca
cielo affilato come ossa
non c'erano lupi alle dieci
alla prima doglia
ti sei inginocchiata
tra la montagna
e il parcheggio abbandonato
la gazza ladra e la cornacchia
avevano già nascosto il nido
ti avevano già lasciata sola.
I’ le sapev che sta francesa era ‘n guaio. Tutta chic, tutta bella, tutta secca: rnsecchellerita . Bonjour, oui oui, e neanche alla Chiesa s’è voluta sposà. Non ci crede mamma, e poi non ti preoccupare che il tuo Gesù ci vuole bene comunque. E scì, è vvero che vuole bene, e pure i’ glie voglio bene a sta francesa. Soprattutto co’ quello che s’ha passat’. Sempre dritta e sempre co’ je sorris’, pure se l’hann revoticata come ne carzettino pé vedé pecché. Mica ‘na vota sola. Sta pora figlia tutto ha passat’. E prima non veniva, e poi gli esami, e poi le punture, e pure le operazioni! E sempre dritta dritta, mai che piagneva, mai che si lamentava. Pure se, Cenzino mio dice che non è colpa di Evelyne, ma sua; e poi manco colpa sua è, di questo poro figlio mio, ma di quel disgraziato di suo padre, pace all’anima sé, che se ne andava a bbeve e me le suonava quando lo tenevo in pancia, a sto figlio mio. E mo’ pero’ sci, che quasi quasi ci stavano, già avevo iniziato a sferruzzare le scarpette e la creatura non ce l’ha fatta. Potevamo tené ‘na pallocchetta pe’ casa. Eh.
Solo chi zappa, sa quann’è bassa la terra. E Cenzino mio non ce la fa più. Se la guarda e riguarda sta francesa, coi lucciconi agli occhi. E lei, se ne sta assettata, su sta seggetta, colle gambe strette e sempre più secche. So’ venuti a respirare un po’ d’aria fresca qua in montagna, che la dottoressa ha detto che le fa bene. Pe’ svagà la coccia.
Ma a vedelli cuscí strutti, me s’è strett’e core ‘npetto. E so chiamato Cenzino mé vicino e pure la francesa, e ce so raccontato tutti i miracoli che so’ visto alla televisione. Ce steva ‘na sora a Napoli che accompagneva tutte ste coppie mano pella mano e faceva assettà la femmina su una seggia: la Sedia Santa, la Sedia della fecondità. Penza che ce sta pure ne bus che ci va a Napoli, e ‘na gitarella ce fa bene. O sennò, ce sta sempre San Gabriele dell’Addolorata, che protegge ‘sti giovani come a loro. Ma essa, la francesa, ha cominciato a strillà. So dovuta uscì e mo sentì che macello di là.
-Ti devi solo sedere. E pensare solo al perché lo stiamo facendo. Entrambi, lo vogliamo questo bambino, o no?
-Io so perché lo stiamo facendo, e sto anche subendo il come, n’est-ce pas?
E mo’ s’è arrizzata, sperem che non gliel’ammolla! Come allucca! Frechete, sta nera! Cenzino mio! Non te so proprio ‘nzgnato a statte zitto. Mannaggianiente. Tu si’ proprio come a mì: i’ mai zitta me sapeva sta. Pe’ quess che patret’, bonanima, se ce dicev quaccosa, quann reveniva ciucco me rempiva de mazzate. Nonneto me le ripeteva sempre: Menicu’, conta fin’a dieci e a nove fermate e recomincia. ‘Nvece io no. E tu nemmeno.
Certo accuscí screanzato nun t’ ce facev. Zitto te dovivi sta. Cert’è che si propria scemo a di a ‘na femmona deji fiji si’? Che pe’ caso te li porti in panza tu? Solo sta pora francesa se lo sa come se sentiva tutte le vote che ce revenivan le cose sé. Essa, essa se lo sapeva tutte le vote, tutti gli mesi, che voleva di’ . O come l’ultima vota, che non c’erano rivenute e che finalmente ‘na vita, ‘na pallocchetta, ‘na citola e poi ‘nvece. ‘Nvece.
–Moi non devo sedere su una sedia miracolata per sperare. Tutte le volte che mi siedo, in uno studio medico, in una sala d’attesa, pure al bagno, spero. Ogni mese spero che vada bene. Su tutti i tipi di sedia spero. Vince, tu lo sai quanto je t’aime. Da sempre ho voluto avere una famiglia con te. Nonostante tutte le difficoltà che ci sono state. Ma, ora. Ora fai così. Lo so che quando torni qui niente è semplice, ma stavolta c’est trop.
Ha sbattut’ la porta. Se ne è ita. E sto fijo mio, sta loco. Assettato, a coccia bassa, colle mani tra ji capiji. E che faccio? Ce vado? No. Mo’ aspett. No, mo’ ce vado. Sempre fijemo è.
-Cenzi’?
-Ah ma’, mo’ no.
-Cenzi’.
-Lassame perde.
-Cenzi’.
-Sci benedetta, ma’: ‘te so ‘itt vatténne.
-Cenzi’…
A ogni mamma ce coce je fije sé. Forte me je so stritt ‘m petto, come quann’era cicarejl. E mo’ piagni. Piagni fijo, piagni fijo mé. Sfogati de tutte ste pene. Svòtate. Mannali via sti pensieri. Qua sul cuore di mamma. Te stringo e nun te lascio.
-Ma’ non ce la faccio così. Come ce lo dico, che io lo so quello che passa. Colpa mia è ma’. Poteva esse felice. Poteva avecce ‘na famiglia e io invece solo dispiaceri gli sto a dà. Nun ce la faccio più ma’.
Piagne, piagne forte ste fije me’. Ammammì, ve ecco. Che te stregn’ ancora di più. Se te potesse levà sto peso, fije mé, i’ le facesse. Te le dicesse che la colpa n’è la té, ma di quel disgraziato de patret’ che bonanima, m’ha sfracassato di botte quann te teneva ‘n panza. E che po’, la colpa è pure la mé che nun te so ‘mparat’ a sta’ zitto. Su certe cose, tu che si maschio nun ce po’ mette bocca. Ce po’ mette solo je core. Je core ce po’ dà a sta francesa té.
-Tè. Bivite na poca d’acqua, statt’ess’. Mo’, vaj’ a vedé ij’ addo’ sta.
-Evelyne, Evelina?
Ecc’ nun ce sta. Addo’ sta. Manco sotto aje cortile, forse arret’ aj’orto. Niente. Mannaggianiente. Sci bbona fija mé, addo’ se n’è reita sta francesa? Ahem. Mammamé sta cossa, come pruncica, me fa proprio male: sta a cagnà je temp’, se sta a rannuvolà. Aspè. Ce sta quacchiduno alla fermata deje postalino. Essa è.
-Evelyne, Evelina?
-Signora Domenica non ora, s’il vous plait.
Mamma, o Menicuccia. I’ non so né Signora né Domenica. Vabbè. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove. Uno, due.
-Evelina, fija bella.
-Figlia? Vraiment? Ora sono figlia vostra? Ora? E prima? Signora Domenica, e prima? Pourquoi? Me lo dice pourquoi? Pourquoi a Vincenzo voi dite sempre che io non sono buona, come le ragazze di qua, les vraies femmes! È perché non so cucinare, eh? O perché non amo stirare, eh già. Ma ora sono figlia: abbastanza figlia per fare quello che volete voi. Sempre solo quello che volete voi, giusto? Pourquoi quello sguardo. Sempre mi giudica. Ma voi sapete quello che passo io? Eh, Signora Domenica, voi lo sapete?
Le saccio fija me, le sacci’ij. Tutto quello che sta’ a passa i’ le saccio. Che se tengo solo Cenzino mio, una ragione ci sarà. Che quel disgraziato de maritem’, bonanima, oltre a menamme quando portava Cenzino mé, m’ha sempre corcato de botte. E solo Cenzino ce l’ha fatta. Gli atri, gli atri e du’ no, non ce l’hanno fatta. Nessuno che me compativa, nessuno che me diceva niente: è presto, è normale, statte zitta. Zitta. Gli atri eddu’ angioletti mé, se ne so volati via: ‘nzieme aji té cara Evelina, e i’, ‘nvece, zitta me dovevo sta. E io ci provavo. Tanto. Contavo fino a nove e a ricominciavo. Ma le lacrime erano più forti. Maritemo non lo sopportava. E sbroccava. E quando Cenzino ha provato a difendeme e quije steva a parti’ colla cinta contre ste vajulitt’, non ho più contato e so strillato forte, forte. La so pure pagata però, che piove sempre sopra le ‘nfusso e da allora sta cossa me dole, forte me dole e me ricorda. Che poi contà quanto te pare pe’ calmatte, ma arrivi a ne punto che scine ca scine, ma ca scine ‘ndutt’ e se non ti arrizzi tu pe’ te, gli altri t’affossano solo.
-Se sapissi fija me. Se solo sapissi.
-Cosa, eh? Signora Domenica, cosa dovrei sapere?
-…
-Ora non parlate.
-È che io tengo solo Cenzino, e certe vote lo voglio troppo proteggere.
-Da me, Signora Domenica lo volete proteggere? Pourquoi?Moi je l’aime, io lo amo, più di tutto. Che io, tutto questo calvario, lo faccio solo per Vincenzo. Solo per lui. Perché lui è buono e ha tanto amore da dare. E moi , Signora Domenica, farei di tutto per renderlo felice. Lo so: voi pensate che io non sono abbastanza. Preferite Annuccia, la ex. Io vi sento parlare con le comari vostre. Moi, la française, Annuccia, la brava. Ma moi, lo rispetto Vincenzo. Io lo amo. Toujours. Sempre. Durante tutti i momenti: buoni e no. Toujours. Ma, ma per voi non è mai abbastanza. Ma, io sono sempre al fianco del suo amato Cenzino. Ma, je ne sais pas, je ne sais plus.
C’ha ragione essa Evelina. Che è llo ve’, tu sarà pure francesa, pero’ tu a Cenzino mio lo rispetti. E tanto. E è ‘llo vé che tu ce sta sempre vicino. Che quello, pe’ colpa mè che lo dovevo tené lontano da quel marito manesco che mi ritrovavo, pace all’anima sua, sempre attaccato alla gonna mé stava. E poi, sci, c’è rimasto tanto scosso de come l’ha retrovato je patr’. Che se lo sogna ancora la notte e pure io. E strilla e piagne. Che i’ je so sempre sentito strillà e piagne, e so’ la mamma, e me ce so abituata. Però, tu che sei straniera, sempre te lo si’ tenuto stretto. E ce lo si sempre accompagnato a tutti i dottori che vedeva. Mai ti sei spaventata, e mai ti sei tirata indietro. Che qui invece, Annuccia, saprà pure ammassà la pasta, ma tè na lengua. I’ l so visto che ci sei entrata pure tu co’ iss alla rimessa. E ce la si stretta tu la mano, quando fissava la trave, la putrella. Quella putrella maledetta che non s’è spaccata. Tanto fracica era, e non s’ha rotta quando ce serviva.
-Evelyne, Evelina. Se sapessi fija mia, se sapessi je core mé, com’è gonfio. Se sapissi, fija, scusa fija mé. Se sapissi. Non ce la faccio più manco io fija mé.
Vé ecco fija mé, stretta strignete e piagni. C’avessi avut ij quacchidun co’ chi piagne. Vé sfogate, lassa corre tutti sti pensieri. Pure a mì me vè da piagne se ce ripenzo. Strignime. Che maritemo era pure ne ‘mbriacone. E pure me menava. E pure spaventava Cenzo. Però io non lo sapevo che c’aveva i pensieri neri, neri. Così neri, che l’ultima cosa che ha fatto è stato strignesse a quella putrella invece che a me.
La sirena si sente dal fondo della salita. Un rumore che ricorda più un grido, disperato. Elena attraversa la strada, si mette al centro dell’asfalto e con entrambe le mani fa cenno alle luci blu che galoppano verso di lei. Presto, pensa, sbrigatevi. Il mezzo la raggiunge, accosta e si spegne in un silenzio totale, un buco nero, in cui anche i richiami delle rondini vengono risucchiati insieme alle campane di una chiesa lontana. È domenica dopotutto, una bellissima domenica di metà aprile. Sono in due a scendere. Stessa divisa arancione, stessa faccia seria nella versione con o senza barba. Elena prova per entrambi un fastidio immediato che rasenta l’antipatia. «Vi faccio strada». Lo dice che già si è incamminata verso il cancelletto pedonale, il viale orlato di ortensie in boccio e cespugli di lavanda. Da bambina faceva il tragitto mano nella mano a Franco. Arrivavano così dall’uscita di scuola: lei davanti, lui dietro, perché per gioco si era trasformata in un cavallo bianco, un unicorno alato, e lui era il cocchio di un re o di un potente stregone, atteso a palazzo per un invito speciale. Poi il cigolio del cancelletto, la corsa nel giardino, le risa di Franco, fino al portoncino ancora chiuso che il mazzo tintinnante di suo padre faceva scattare come per magia. Il portoncino alla fine del viale oggi è aperto. È stata Elena a lasciarlo così, le chiavi della casa di Franco non le ha più, da un pezzo. «Da questa parte» continua attraversando il corridoio mentre il rumore torna a mozzarle il respiro. È Franco a farlo anche se Elena non è ancora riuscita a capire come. Viene fuori ogni volta che gli si gonfia il petto, quasi l’aria nei suoi polmoni d’improvviso avesse il potere di cambiare stato, diventare solida, un sasso immobile. Annika è ancora dove l’ha lasciata, accanto al letto, la mano ficcata sotto ai denti che continuano a massacrare un’unghia finta, la faccia rossa, fradicia di pianto eppure ancora troppo bella. Elena prova a ignorarla, a non soffermarsi sulle gambe lunghe, i capelli biondi. Fissa invece suo padre steso supino e i due soccorritori che in un attimo gli sono addosso, senza attenzione, senza rispetto. «Franco mi senti?» chiedono attaccandogli qualcosa al polso, puntando una luce dopo aver sollevato le palpebre chiuse. «Franco capisci quello che dico?». Elena continua a concentrarsi su di loro, si sforza di cancellare il resto: i quadri di nudi, frutta e fiori attaccati ovunque, la carta da parati molto più colorata di quanto ricordasse, una vestaglia orrenda abbinata a un paio di pantofoline coperte di piume e le tante, troppe foto che continuano a fissarla dai comodini, i suoi sorrisi acerbi insieme a odiosi sorrisi nuovi. «Da quanto è in queste condizioni?». Il senza barba ora la sta scrutando inquisitorio. Elena scuote la testa a disagio. Non lo sa, non sa più niente di suo padre. «Era così quando sono arrivata» si giustifica all’operatore che ha già spostato il suo interesse su Annika. «Non so» risponde l’altra tentando di strofinare via le lacrime con un fazzoletto di carta. «Lui dorme tanto. Pensavo dormiva. Poi cominciato a fare rumore da bocca». Elena gonfia il petto in un respiro lungo, lunghissimo. Deve restare calma, pensare a Franco, a lui solo, anche se il profumo di Annika è così forte che dà allo stomaco e quella voce sgraziata le è rimasta attaccata al cervello. I soccorritori intanto hanno applicato una mascherina su naso e bocca di Franco, svitato la valvola sopra la bombola portata insieme alla lettiga. Sono così giovani che verrebbe da chiedersi se hanno le competenze adeguate, così bruschi e asettici che di certo hanno sbagliato mestiere. «La saturazione è bassissima» dichiara il senza barba alla fine. «Va ricoverato d’urgenza».
Lo squillo del cellulare riempie il silenzio del soggiorno. Elena alza gli occhi dallo schermo del computer e fissa il display illuminato. È così tanto che non vede apparire quel numero che quasi stenta a riconoscerlo. «P…pronto?». Dall’altra parte il nulla, o meglio, c’è un rumore basso, indistinguibile con degli intermezzi spezzati che ricordano le tirate su di naso. «Pronto! Papà?». Silenzio, ancora. La fronte di Elena si raggruma, un sorriso involontario appare sulle labbra rosso Chanel. «Tuo padre non sta bene». Elena sussulta, quasi uno schiaffo l’avesse colpita in piena faccia, e nel silenzio che adesso la risucchia insieme ai mobili, alle pareti, alla casa intera, riesce perfino a sentire la corsa del sangue verso il cervello, il rumore confuso dei pensieri: decine, centinaia di pensieri che deflagrano assieme: Annika? Che diavolo vuoi? Papà! Che ti è successo? Che ti ha fatto quella puttana? «Pensavo dormiva» continua Annika, il tono stridulo rotto dai singhiozzi. «Lui dorme sempre tanto. Ma quando ho chiamato per caffè non ha aperto gli occhi e ha cominciato fare strano rumore». Elena non ha ancora ripreso a respirare. Ha due blocchi di granito al posto dei polmoni. Da quanto non parla con suo padre? Da quanto ha provato a cancellarlo dalla sua vita insieme alla schifosa con cui si è voluto sposare? «È una donna meravigliosa». Le sue mani calde, gli occhi lucidi e imbarazzati davanti alla loro colazione della domenica al bar. «Non credevo mi sarebbe mai più successo dopo tua madre ma… mi sono innamorato». E lei era arrivata, facendo rumore nello spostare una sedia di ferro. Troppo giovane, troppo bella, troppo profumata e in mostra, con quel “piacere Annika, tanto felice conoscerti” che non poteva nascondere né la provenienza né le cattive intenzioni.
Elena insegue il lampeggiante blu, il suono che continua a ricordarle un grido. «Ma ti rendi conto di quanto la cosa sia ridicola?». Ci aveva ragionato una settimana intera per affrontare di nuovo il discorso. Solo loro due, ancora, domenica mattina, al bar. «Quanti anni ha? Diciotto? Venti?». Franco oltre il tavolino la osservava, la margherita sul cappuccino ancora perfetta. «Ne ha trentanove veramente. Ed è una persona meravigliosa». Elena gli aveva cercato la mano, l’aveva stretta. «È quello che vuole farti credere papà, non lo capisci? Perché pensi che una così abbia puntato un vecchio come te?». Franco aveva sorriso. «Mi vedi davvero così vecchio?». «Dai papà! Fai il serio? Sessantanove anni una cosa sola vogliono dire». «Sarà. Comunque per onore della verità sono io che mi sono fatto avanti e lei, beh, non è stata una donna facile da conquistare». «Sì, certo…». Le mani di Elena si erano strette di più. «Ma non ti rendi conto che ha i suoi interessi? Che tu le servi?» . «Davvero?». Elena non capiva se Franco fosse serio e stesse solo giocando. «E per cosa? Annika ha una bella casa, anche più della mia e poi lavora, è un’artista». «Immagino… Papà, ti prego. Io non so che cosa ti sei messo in testa, che cosa lei ti abbia messo in testa, ma santo dio, apri gli occhi! Ti senti solo? Segnati a qualche circolo, oppure vieni al golf con me, sarebbe la volta buona. Sai quanto possiamo divertirci di nuovo insieme?». «Non so giocare e poi questo non c’entra nulla». «Allora cosa? Hai bisogno di… una scopata?» Elena sentiva le tempie andare a fuoco. «D’accordo, scopatela ma poi basta». Franco allora si era ritratto, aveva lasciato la presa ed Elena era rimasta con le mani vuote sul freddo tavolinetto del bar. «Mi addolora che la pensi in questo modo. Annika è stata così felice di incontrarti. E anche io lo sono dopo una vita. Pazienza, di certo hai bisogno di un po’ più di tempo per digerire la cosa». «No papà, io non ho bisogno di tempo».
Elena guida che quasi non vede la strada, segue il rumore, le luci. Aveva giurato di non pensarci più. Sette anni di sedute dallo psicologo per cancellare Franco, le sue parole, il tradimento, la troia che si è sposato, ma adesso, di colpo sa che non ci è riuscita. All’imbocco dell’ospedale un disagio assordante la assale. Squallore, sporcizia, caos. Deve chiamare Lucio, subito, chiedergli chi conosce per spostare suo padre in una struttura come si deve. Cosa c’è da aspettarsi dal pubblico? Da chi tiene in ambulanza ragazzi che potrebbero fare i buttafuori in un locale notturno? Elena fa ancora un respiro lungo, lunghissimo. Andrà tutto bene, si ripete arrivando all’ingresso. Adesso ci penso io a te papà. E quasi lo sente di nuovo dietro le spalle, il rumore delle scarpe di cuoio sui ciottoli del vialetto, le sue risate, la voce ferma ma gentile: «Dai Elena, aspettami!», e le chiavi tintinnanti che erano già casa. Allora lei si voltava, lo guardava arrivare: elegante, bellissimo. Come vorrebbe tornare lì adesso: solo lei, suo padre e quel senso di appartenenza così grande che forse non ha provato più. Una lacrima si forma all’angolo dell’occhio, poi un’altra e un’altra ancora. Le luci blu si fermano. La barella viene fuori con il senza barba che spinge. «Arrivo! Aspettatemi!» strilla Elena abbassando il finestrino. Nessuno però risponde, nessuno la sente e Franco in un attimo è già sparito oltre le porte automatiche, Annika al suo fianco che gli stringe con forza la mano.
Elisabeth Gilberth, Big magic: Creative living beyond fear, Penguin Random House
Il tema di questo mese rumore mi è tocca particolarmente perché la maggior parte dei momenti più rumorosi che ho vissuto, sono quelli condivisi con i miei affetti più cari. Ora che alcune delle persone più importanti per me non ci sono più, trovo difficile ascoltare il silenzio provocato dal loro vuoto, la mancanza. Quando le ricordo, le ritrovo in mezzo a pranzi e feste piene di gente. O con la televisione accesa a fare compagnia. Spesso per parlare dovevamo urlare perché non ci sentivamo. Che macello! E anche per concentrarmi, non riesco col silenzio assoluto: ho spesso una musica ad accompagnarmi. Rumore e gioia, rumore e stanchezza, rumore e fare.
Vi auguro una vita rumorosa, ricca di affetti.
Da Gennaio fuoripunto. si rinnova. Lavoreremo attorno a una parola chiave: madre.
Vorrei approfittare per ringraziare Francesca Romana Belli e Elisabetta Carbone che per questo numero hanno assicurato l’editing. Grazie Francesca per aver assicurato anche il progetto fotografico di Imagerie. Grazie a Elisabetta per esserci stata fin dall’inizio di questa meravigliosa esperienza. Grazie a Federica Scaltriti per aver accettato di collaborare con D’istanti e averci regalato dei preziosi consigli. Grazie a Carmela Fabbricatore per i suoi appunti e le sue riflessioni. Ringrazio tutti gli autori che hanno partecipato nelle edizioni passate e quelli di questo numero: