fuoripunto.

au-delà des limites. beyond the expectations. oltre il confine.

Editoriale #9

Assenza

Foto di UsamaNeal su Unsplash

Mirar a un bebé mientras duerme es contemplar la fragilidad del ser humano. […]
«Nada te sucederá mientras yo esté contigo», le prometo, aun sabiendo que miento, pues en el fondo soy tan impotente y vulnerable como él.

La hija única, Guadalupe Nettel, Anagrama, 2020

L’impotenza di fronte all’assenza, la fragilità del non avere più punti fermi. O di avere punti, voragini troppo profonde in cui guardare. Il vuoto e la vertigine. Se l’assenza potrebbe definirsi come una negazione dell’essere, come una mancanza, tanto più viva si insinua nei gesti quotidiani. Se mi guardo allo specchio vedo gli occhi di mio padre, il sorriso dei miei fratelli lontani. Basta il gorgoglio della moka a farmi ricordare quando, da bambina, aspettavo trepidante le prime gocce del caffè e per sbatterle con lo zucchero, per una tazzina come al bar, ma a casa di mia zia. Lo zucchero bianco che ora non compro più, perché troppo raffinato, ma che montava a bianco l’uovo. I libri col testo a fronte per trovare una traduzione e una sfumatura nelle parole in lingua straniera che speravo di imparare. E il pianto inconsolabile delle mie nipoti quando dovevo fare da babysitter e volevano solo i genitori. E l’odore della corsa dell’ultimo bus, quando ero pendolare e studiare alla panchina a Termini, immersa nel vuoto di quei testi ma circondata dall’immenso di gente, odori e rumori. 
L’assenza di quando senti il mondo tremare e aspetti sotto l’architrave, o ti precipiti fuori perché tutto è in sommossa. E lo sguardo al lampadario e l’abbaiare dei cani. I due bicchieri di troppo che rimpiangi guardando le maioliche del bagno e sì, speri davvero di non vedere quella macchia gialla nel water, sarebbe meglio che quella fosse assente.
I giorni in cui sarebbe meglio restare a casa e invece ti trascini nel mondo per ripetere la routine della tua vita mangiare, lavorare, essere. Non essere forse. Conta davvero davanti all’Universo, alle stelle lontane? Ai buchi neri che forse possono essere anche bianchi e alla materia che si decompone e le onde, le onde che si infrangono di continuo uno fracasso di rumore, vento e erosione?
Assenza, ognuno ha la sua da incolpare. O forse da ringraziare.   

“Nonna” dissi “mi dispiace dirtelo ma è morto Dio”. “Ma Dio chi?” rispose mia nonna. La sua domanda tradiva una scarsa fiducia nel monoteismo in cui eravamo cresciuti ma illuminava al contempo, e con sole tre parole, una singolarità di Dio che mi aveva sempre incuriosito: Dio non aveva un cognome.
Poco mossi gli altri mari, Alessandro della Santunione, marcos y marcos 

Assenza.

Hanno partecipato a questo numero:

Il prossimo numero uscirà a fine Giugno e il tema sarà: stanchezza/burnout. Grazie per leggerci.

A presto
Pamela

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 in tre movimenti (Apeiron)

Foto di Ihor Malytskyi su Unsplash

dice che tutti un giorno si va dice che siamo portati
in Brasile in grandi camere vuote dove nessuno
parla italiano anzi proprio non parlano affatto
con finestre da cui vedi solo la notte la luce
e non senti più il tempo e non senti neppure il dolore 
per cui se vi sembra che siamo ormai persi di testa
è per questo mi dice è che già ci troviamo in Brasile
in stanze rivolte a occidente perché da infinito
veniamo mi dice veniamo e a infinito torniamo

Ah, se non fossi astemia!, dopo il terzo
bicchiere ricorderei tutti gli accenti
masoretici, gli aoristi, la forma di alif maqsurah,
il frammento B1 di Anassimandro,
la playlist con la quale i trovatori
importarono l’amore in occidente. 

Ma anche a tè e gazose so che ci sei
pure se non so dove, Tebaldi, e ti parlo
come ora che invano provo a tradurre
Bereshit 1:2, dove è deserto e tenebra
e il suo respiro aleggia sulle acque. 

E anche da astemi tutto si confonde:
lettere che disegno e non so leggere,
verso Ostellato i campi d’immanenza,
vecchi giri in palude e le tue foto;
e maqqep si confonde con midbar,
la camera oscura con la notte.

Tu non credere mai nell’assenza
ti dico ora e ti dirò anche poi
con foto federe tazze con i tessuti
delle voci nei colori ma intanto 
finché son qui con la mia voce come
in certe poesie piene di verbi
al modo imperativo ora ti dico ascolta
nell’assenza non credere mai

Ciò che guarda modifica

Foto di Geetanjal Khanna su Unsplash

Ciò che guarda modifica
così la fisica quantistica
ma quanto 
anche lo sguardo che manca
muta la forma
mutila
scolpisce con l’assenza

Ti allontani
e qualcosa si allenta
muta mi guardo mutare
non il cuore battente 
o i polmoni
ma le piccole squame
sul corpo
ho creduto per poco
all’idea 
di nuotare di nuovo
sottacquea
ora ho chiaro i dettagli
quei tagli non erano 
branchie davvero

Avere anima anfibia
nel fango secco arida
anni minuti giorni
in assenza di sentire
in insensata attesa
di parole e di pioggia

Giura

Foto di Annie Spratt su Unsplash

Il falso è l’unica cosa che sono in grado di giurare, l’ho imparato da bambina.
E dire che mamma si è sbattuta un sacco per insegnarmi a non dire le bugie, si è sforzata proprio tanto per assicurarsi che imparassi a dire sempre solo e soltanto le cose come stanno. Si è sforzata tanto che spesso, dopo lo sforzo, le veniva l’emicrania, un’emicrania soffocante diceva lei, e spariva in camera da letto, al buio. Ogni volta mi diceva che non era colpa mia, ma dello sforzo di tenere lontane le bugie. «Giura», le rispondevo io, ma lei rimaneva in silenzio e non giurava. Mi accarezzava la faccia dalla fronte scendendo verso il naso mi si chiudevano gli occhi e lei si ritirava nel buio. 
Ci ho ripensato decine di volte e sono certa che non potesse essere altro che colpa mia.
Mi ricordo di quella volta che mamma si sforzò affinché io fossi in grado di dire solo e soltanto le cose come stavano, pur di non dire una bugia alla nonna. Era pomeriggio, faceva caldo ma non troppo e c’era quel vento tiepido che spira dal mare e fa strofinare le tapparelle di plastica dentro le guide metalliche che stanno sui tre lati delle finestre. Quella volta papà era uscito presto, poco dopo pranzo. 
«Esci presto?»
«Sì, ho da fare in studio».
«Torni a cena?»
«No, non vedi che ho il borsone?»
«Vedo che hai il borsone ma torni per la cena?»
«No! Ho il calcetto, non torno per cena». Parlò, ma con me. «Dove ha la testa tua madre?» Mi salutò pure e non sorrise, né a me né tantomeno a lei.
«Torna presto», ma tanto la porta dell’ascensore già stava cigolando.
Il rubinetto rimase aperto per tutto il tempo e, per tutto il tempo, mamma parlò e ascoltò tenendo le mani sotto il getto fitto dell’acqua bollente. Restò a guardarsi la macchia rosata che si allargava sulla pelle bagnata, ma non fece niente. E allora mi avvicinai io al lavandino, chiusi in fretta il rubinetto e le coprii le mani con uno strofinaccio da cucina, morbido.
«Faccio io, lascia lascia». E mi accarezzò la faccia con tutto il palmo aperto, bagnato, facendolo scorrere dalla fronte scendendo verso il naso. «Ma dove ho la testa?» E si mise a sedere, con le mani nascoste dalla spugna umida, sulla sedia pieghevole che stava sotto la finestra. La cucina rimase com’era, in disordine – succedeva spesso, perciò predissi che, al suo ritorno, papà avrebbe messo gli occhi nella stanza, avrebbe sbuffato ripetutamente, sarebbe andato dritto verso la credenza in sala da pranzo, avrebbe spalancato le ante e avrebbe controllato la boccetta girandosi verso il lampadario e inclinandola in aria. 
Presi i miei quaderni e, nella cucina in disordine, mi sistemai sul lato corto del tavolo, vicino ai coperchi di acciaio lasciati a sgocciolare, di fronte a mamma, che si guardava le mani, nascoste. Un pezzo di pomeriggio trascorse, non so dire quanto, ma solo che avevo finito i compiti e che avevo tra le mani il telecomando e che la tv strillava la sigla di Lady Oscar, quando il telefono, dal corridoio, si sovrappose alla televisione.
Contai quattro squilli, continuando a guardare mamma che restava in silenzio e si guardava le mani. Solo quando saltai giù dalla sedia e corsi in corridoio, mamma si mosse.
«Di’ che non posso venire al telefono, chiunque sia. Ho le mani nella terra», disse forte. Dal corridoio attraverso la porta riuscii a vederla: stava in piedi davanti al tavolo della cucina, con le mani infilate e ferme nella terra che riempiva il vaso di gerani che tenevamo sulla finestra -lo aveva appoggiato vicino ai coperchi, proprio sopra i miei quaderni.
Mi schiacciai la cornetta contro l’orecchio e non feci altro che dire solo e soltanto come stavano le cose, che non poteva venire al telefono, che aveva le mani nella terra. «Sì, nonna, le dico di chiamarti quando ha finito», aggiunsi fissando la rotella del telefono e riappoggiai la cornetta sull’apparecchio. Quando dal corridoio cercai di nuovo con lo sguardo mamma, di nuovo lei non si fece trovare. 
Tornata in cucina la vidi che si era già riseduta e si guardava di nuovo le mani, girava con due dita la fede intorno al suo anulare sinistro, sempre più magro. Le mani erano sporche di terra, la stessa dalla quale aveva sfilato le dita e che aveva seminato sul tavolo e sul cuscino di una sedia e sul pavimento e che, ora, le stava sporcando pure la gonna. Raccolsi lo strofinaccio che stava sul pavimento davanti ai suoi piedi e lo bagnai sotto l’acqua tiepida, tornai da mamma e feci per pulirle le mani. «Lascia lascia, faccio io», mi disse senza guardarmi e si strofinò le mani sulla gonna. Si alzò, facendo leva con le mani sui braccioli della sdraio, che rimasero umidi e sporchi. «Te ne vai?», chiesi alla sua schiena. 
«Sì, è l’emicrania».

«Hai mangiato?» Mi svegliò la mano di papà che mi scuoteva la spalla.
Spensi il televisore. 
«Che è successo qua dentro?»
Chiusi i quaderni, che stavano ancora sul tavolo con i coperchi e la pianta e la terra, e li misi nello zaino.
«E pulisciti la faccia». 
Mi strofinai una guancia con lo strofinaccio, quello morbido, per togliere la saliva che mi era colata dalla bocca.
«Tua madre è a letto, vestita, e qua c’è il solito casino. Anzi no, di più».
Mi misi a raccogliere i coperchi e la terra mentre lui camminava verso la  credenza.
«Non fare rumore, vieni qua».
Lo raggiunsi, coi coperchi in mano e la bocca stretta.
«Ha preso le gocce?»
La bocca mi si aprì un poco, muta.
«Ti ho chiesto solo questo, a papà. Di guardarla quando non ci sono. Allora?»
«L’ho guardata».
«E le gocce le ha prese?» – inclinò la boccetta per aria, tenendola per il tappo tra il pollice e l’indice, la scosse una volta e poi di nuovo.
Io mi misi a pensare al liquido opaco che faceva le onde dentro la boccetta scura. Per un pelo non mi scappò da ridere e mi vergognai. Guardai il pensile aperto alle spalle di papà, mi misi a contare le scatolette di tonno. Il mio stomaco borbottò. « Me ne apri una?» e indicai il mobile aperto alle sue spalle..
Papà si girò, ma dalla parte opposta, verso il lampadario e insisté a guardare il vetro bruno contro la luce bianca.  «Tu l’hai vista?» E sbuffò.
Feci per rispondergli, il fiato prese la rincorsa e le spalle mi si alzarono. Muta.
«Devi starci attenta, capito? Io posso contare solo su di te».
Le mie spalle caddero e pure un coperchio, secco.
«Allora, le ha prese, vero?»
«Mh» e guardai il coperchio.
«Giura!»
Io non risposi, lui mi credette.

Giugno mi piaceva per le giornate lunghe e per le fughe al porto, a fare i tuffi a bomba e le gare a chi resta sott’acqua più a lungo. Delle femmine, io ero quella coi polmoni più grandi e ne andavo fiera perché avevo pure l’asma e con l’asma non è da tutti stare sotto così tanto, mi diceva papà quando mi cronometrava nella vasca da bagno.
Quel giorno di giugno, quando tornai a casa dal porto, prima ancora che facessi la doccia, papà mi portò in sala da pranzo. «Facciamo un discorso». Aprì la credenza, prese la bottiglietta opaca e me la mise tra le mani. «Vedi se riesci ad aprirla». 
Io provai a ruotare il tappo nero ma mi sembrò incollato. Feci per restituirgli la bottiglietta, mentre le mie spalle si alzavano. 
«Devi spingere sul tappo e ruotare, contemporaneamente». 
Le spalle caddero e io obbedii. La boccetta si aprì subito, al primo colpo. Mi sentii fiera, come una femmina con l’asma che sta sott’acqua più dei maschi.
«Sapevo che ne eri capace». Papà sorrise. «D’ora in poi, visto che non vai a scuola, conto su di te per le gocce di mamma». 
«Che?», la bocca mi si allargò e riuscii solo a pensare che non sarei più potuta scappare al porto tutte le volte che volevo.
«Ne devi contare venti, mi raccomando, giuste giuste. Gliele metti in un bicchiere d’acqua, mi raccomando, poca. E guardi, mi raccomando, bene, che lei le prenda tutte».
«Mh». La bocca mi si strinse ma papà non la vide. Era già con tutti e due i piedi fuori dalla stanza. 

Quella mattina mamma proprio non veniva avanti, come avrebbe detto zia Bice, che viveva da tanto tempo al nord. Era lunedì, papà era andato a lavorare e come al solito mi aveva svegliata presto perché mi lavassi e vestissi e, guardassi mamma.
Mancava poco alle undici e morivo dalla voglia di andare al porto a fare i tuffi a bomba, speravo che mamma si alzasse, che fosse di buon umore almeno un po’, abbastanza da venire con me sugli scogli a contare i secondi che sapevo stare sott’acqua. Andai in camera da letto e alzai appena un po’ le tapparelle, che entrasse qualche striscia di luce. La trovai sveglia.
«Andiamo al porto?»
«Dove sono le gocce, a mamma?»
Le dissi che erano in cucina, dove mi aveva detto di tenerle papà, che avrei preparato la colazione e poi gliele avrei date, come aveva detto papà. Mi rispose di dargliele prima della colazione, che non riusciva ad alzarsi altrimenti. Uscii dalla camera e tornai poco dopo, con un bicchiere d’acqua, poca, e le gocce.
Mamma si mise a sedere, ma ancora tutta dentro il letto. Prese il bicchiere con una mano mentre io svitavo il tappo nero della boccetta, premendo forte e ruotando. 
«Ti sei fatta grande proprio». Sorrise, ma io non feci in tempo a vederla.
«Dieci. Undici. Dodi…»
«Faccio io, lascia. Lascia». Mi prese la mano in un modo che pareva una carezza – e non me la ricordavo – e mi tolse la boccetta. «Tu fammi un regalo, prepara il caffè».
«Con la cremina?»
«Sì, con la cremina».
Uscii dalla stanza. Tornai dopo poco, l’odore del caffè quasi non si sentiva più. «Ma’,  si raffredda. Vieni?» 
Si era distesa di nuovo e teneva gli occhi chiusi. 
Le scossi un braccio.
«Cinque minuti, a mamma». Aprì gli occhi e li richiuse subito, con un sospiro. 
Io tornai in cucina, non versai il caffè ma assaggiai la cremina. La assaggiai così tante volte che la finii tutta. Toccai la caffettiera, che si era raffreddata bene. Versai tutto il caffè giù nel buco del lavandino. Quando cominciò il telegiornale del Due, decisi di andare di nuovo a chiamare mamma.

Girai la rotella del telefono tutte le volte che serviva a comporre il numero dello studio di papà, tenendo la cornetta schiacciata contro la faccia.
«Mamma non si è alzata».
«Dorme?»
«Ha gli occhi chiusi».
«Vai a chiamarla». 
«Mamma!», gridai. E la spinsi tutta, forte più che potei. Tornai in corridoio, ripresi la cornetta: «Non si sveglia. Vieni, non si sveglia».
«Le hai dato le gocce?» 
«Sì».
«Venti, giuste giuste?»
«Vieni, papà». La faccia mi si bagnò tutta, a cominciare dagli occhi.
«Venti, giura!», insisté papà. Presi a calci il portaombrelli, forte. 
«Mh». Di nuovo presi a calci il portaombrelli, più forte, tanto nessuno mi vedeva… «Vieni papà. Sbrigati!». Gridai.

Mi succede spesso di sognarla mia madre addormentata in quella scatola di legno così tanto più grande di lei, in cui l’ho guardata per l’ultima volta. Sogno che apre gli occhi e pure lei mi guarda. Sorride, abbastanza a lungo da lasciarsi vedere, allunga un braccio verso il mio viso e mi accarezza la faccia col palmo aperto, dalla fronte fin giù sopra la bocca. «Non è colpa tua», dice mentre lo fa. «Giura?», le chiedo io ad occhi chiusi e quando li apro lei non si fa trovare.

Un’assenza bruciata dal sole

Foto di Feliphe Schiarolli su Unsplash

Nella mia classe del liceo, all’inizio del quarto anno, arrivò una ragazza nuova, G.. Veniva dalla classe che ci precedeva, una classe piccolissima, erano in 10 o 11 al massimo, tutte donne. Molto diverse da noi, che eravamo tanti, compositi, casinari. Quelle della quinta, stipate per via del numero insolito nell’auletta più striminzita dell’intero edificio, non si sentivano mai. Niente confusione, niente clamori di alcun genere, nessun episodio che facesse parlare di loro, chiuse lì dentro spesso anche a ricreazione. G. era così anche lei, come le sue compagne. Ma l’avevano bocciata, unica di quelle poche, e finì con noi.
Non legò praticamente con nessuno, in un’età feroce nella quale ci si annusa per riconoscersi, lei aveva un altro odore. Al nostro naso, in realtà, G. non sembrava sapere di niente. Veniva da un paese di montagna di quelli che per le scuole, l’ospedale, il lavoro confluiscono verso la mia città, uno dei borghi più distanti: tre quarti d’ora di corriera e la strada ghiacciata d’inverno. Mi ricordo che la prendevamo un po’ in giro perché da lei, lassù, la tv non prendeva il segnale di Italia Uno: adesso non saprei nemmeno dire se fosse vero o no, può darsi, o può essere che fosse solo un modo stupido di atteggiarci a cittadini davanti a lei che veniva da un paesello.
Arrivava in silenzio tra i primi, appena scesa dal pullman, rimaneva in silenzio nel suo banco, a fare cosa non me lo ricordo. Perché nemmeno io, che pure mi davo arie da leader, ero rappresentante d’istituto, mi impegnavo nell’associazionismo studentesco, e mi sforzavo di esserci, per tutti, sempre, a lei, non facevo caso quasi mai.
L’anno dopo, in quinta, era già primavera inoltrata, la maturità alle porte, arrivammo alla sesta ora e una professoressa, forse quella d’inglese, volendo interrogare, chiamò lei. Ma lei non c’era, il suo banchetto singolo (li avevamo tutti così) in fondo all’aula era vuoto, la sedia spostata, sul piano un libro chiuso, niente zaino, nient’altro. La professoressa ci chiese dove fosse finita la nostra compagna, nessuno seppe dirlo. Mandò qualcuno a cercarla in bagno, niente. Poi, dopo qualche minuto, una ragazza di quelle sedute in fondo anche lei, ebbe il coraggio di dire a voce alta: «Professore’, secondo me G. oggi non è venuta proprio». Rimanemmo muti per qualche secondo.
Aveva ragione. G., in classe, quel giorno, non c’era mai stata, il libro era rimasto lì dal giorno prima. Il docente della prima ora l’appello non l’aveva fatto, si era limitato a un «Tutti presenti?» al quale, evidentemente, avevamo risposto di sì. Sul registro, quindi, l’assenza non era stata segnata. E in testa non l’avevamo segnata nemmeno noi.
G. era a casa sua, raffreddata. Al rientro, forse, nessuno le raccontò di quello che era successo. All’esame di stato fu bocciata, l’anno dopo non si iscrisse, la maturità non la prese più, credo. Di lei non seppi più nulla.
Oggi non so dove sia, cosa faccia. Sono passati venticinque anni da quella mattina. A distanza di tanto tempo, mi sembra ancora, e in modo distinto, una delle cose più sottilmente violente di cui sia stato complice. Quel non accorgercene, quel non sentire, quel non vedere: di come cancellammo G. per un giorno, in realtà per molto più tempo, sento ancora il rimorso.
G. mi è tornata a pesare sul cuore, l’estate scorsa. Un paio di anni fa, più o meno di questi tempi, abbiamo cominciato il progetto di allargare la nostra casa, un appartamento grande, ma non più sufficiente per starci comodi tutti, mia moglie, io e i nostri tre figli. Siamo riusciti ad acquistare l’interno sopra il nostro, lo abbiamo fatto ristrutturare, e poi a giugno scorso è cominciato il ricongiungimento. Finita la scuola abbiamo sfollato i figli a casa dei nonni in Puglia, abbiamo liberato l’appartamento vecchio, e mentre tutto era ancora un cantiere, io e mia moglie ci siamo accampati nel paio di stanze già finite al piano nuovo. È stata un’esperienza di fatica rara, straniante. La polvere, la stanchezza, il viavai settimanale verso i figli distanti trecento chilometri, il pensiero dei soldi (tanti) che stavamo spendendo, gli imprevisti prevedibilissimi di ogni ristrutturazione.

Fino al buco.

A luglio, quando ormai la prostrazione era oltre i livelli di guardia, gli operai hanno iniziato a demolire il pavimento, a pochi metri dalla stanza dove dormivamo. Hanno rimosso il massetto, hanno segato il travetto e hanno aperto il foro dal quale sarebbe poi passata la scala interna per collegare i due piani. Era il momento decisivo: due anni di ansie, di sacrifici, stavano per finire: le case stavano per diventare casa, una.
E invece, davanti a quello squarcio, ho perso il sonno.
La prima notte sono rimasto in piedi sul ciglio di quel temporaneo burrone domestico, ho guardato giù, nel vuoto del cantiere sottostante, coi calcinacci ancora a terra, e dentro ci ho visto un vuoto più profondo, più pauroso. La stanchezza, l’inadeguatezza. Soprattutto, la coscienza improvvisa che la terra possa aprirsi all’improvviso sotto i tuoi piedi, senza avvisaglie, senza permesso, senza lasciarti il tempo di dire o fare niente. E farti sparire, senza lasciare segni.
Quella notte, improvvisamente, ho ripensato a G., e a come la resi assente esattamente come stavo temendo di diventare assente io in quel buio, in quel buco.

«Chi ti cerca è il sole, non ha pietà della tua assenza
il sole, ti trova anche nei luoghi casuali dove sei passata,
nei posti che hai lasciato
e in quelli dove sei inavvertitamente andata
brucia
ed equipara al nulla
tutta quanta la tua fervida giornata».

Sono i primi versi1 di una delle ultime poesie di Mario Luzi, dalla raccolta pubblicata poco prima che morisse, novantenne. Un’assenza bruciata dal sole. Mangiata dall’oblio. Digerita dal nulla.
Il pensiero del vuoto mi ha perseguitato per i dieci giorni successivi.
Poi è arrivata la scala.
L’hanno portata smontata. Due lunghe travi di metallo, sagomate a scalini, più la struttura portante, e le ringhiere, e le pedate di legno bianco da avvitare. I fabbri ci hanno messo meno di un’ora a mettere tutto insieme. Il buco si è riempito sotto i miei occhi: non c’era più. Mia moglie ha salito la scala davanti a me, ho pianto un poco. Mi sono passato il dorso della mano sul viso, poi abbiamo iniziato a pulire tutto, a rimettere tutto a posto.
Ho iniziato a salire e a scendere quella scala, una volta, tante volte, col passo incerto dell’inizio – perché è venuta un poco ripida – poi con quello più scontato dell’abitudine. Sono passate le settimane, i mesi, la quotidianità ha ripreso il sopravvento. Continuavo a pensare, ogni tanto, al vuoto di quella notte. Finché una sera, all’improvviso, in un silenzio innaturale per casa mia che è un sabba permanente di grida di bambini, in un silenzio pieno come quello di quella notte di luglio, ho sceso un gradino e un pensiero mi ci ha fermato sopra.
Mi è tornata in mente una pagina dell’Antico Testamento che da ragazzino mi aveva segnato nel profondo, una vecchia vicenda minore della Genesi. C’è Giacobbe che, per quel piatto di lenticchie diventato poi paradigmatico, compra da Esaù la primogenitura, la benedizione di loro padre Isacco. Il fratello gliela giura, e per sfuggire alla vendetta Giacobbe fugge, spinto dalla madre a cercare moglie presso parenti lontani. Sarà una lunga storia, ma prima che cominci accade un fatto: Giacobbe si addormenta e sogna una scala lunghissima, che dalle nubi scendeva fino a terra, con gli angeli di Dio che salgono e scendono. Quando si sveglia, il sognatore fuggiasco esclama: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo»2.
Non lo sapevo nemmeno io, ora, forse, lo sto comprendendo un po’ meglio. G. non l’avevo cancellata, perché G. c’era, c’era molto oltre la sua invisibilità ai nostri occhi distratti di adolescenti cinici. C’era per chi la vedeva, per chi l’amava, per chi camminava con lei. Non era assente lei: me l’ero persa io.

Come m’ero perso me stesso, fissando il buco nel pavimento senza capire che quel taglio, quel diaframma rimosso, non era un vuoto ma uno spazio liberato senza il quale non potrebbe mai trovare posto il futuro.

Uno strappo da suturare per tenere insieme quello che siamo e quello che siamo chiamati ad essere, la nostra miseria e la bellezza di cui siamo capaci. Perché l’assenza, domani, diventi “più acuta presenza”, come scrisse quasi un secolo fa Attilio Bertolucci3. Perché si possa dire, come nell’ultimo verso della poesia di Luzi, di quella “fervida giornata”: «Eppure è stata / è stata / nessuna ora sua è vanificata».

1 Mario Luzi, “Non andartene”, in Dottrina dell’estremo principiante, Garzanti, 2004
2 Genesi 28,11-19
3 Attilio Bertolucci, “Assenza” (da Sirio, raccolta del 1929), in Le poesie, Garzanti, 1998

D’istanti.

Fotogrammi di un’assenza.

Foto di Ire Photocreative su Unsplash

#1. Un libro

“Essere donna è avere la guerra dentro, sempre, da sempre.
Cosa farai nei conflitti là fuori?
Come scriverai il tuo nome nel libro grande della storia?”

LA RESISTENZA DELLE DONNE di Benedetta Tobagi – Einaudi Editore 2022

L’assenza delle donne nelle pagine della storia.
Eppure il loro contributo è stato fondamentale: le donne hanno assistito, combattuto, salvato.  Benedetta Tobagi ridà voce e volto a quella metà della storia fino ad ora silenziata
Lo fa partendo dalle fotografie raccolte in decine di archivi : donne giovanissime, occhi vispi e corpi minuti. Il risultato è grande album di famiglia,  un mosaico di esistenze, tragedie, ideali e speranze.
È la ricostruzione di una mappa ideale che partendo dalle vicende storiche della Resistenza arriva ai nostri giorni in una profonda riflessione sul ruolo delle donne ieri oggi e domani.

#2. Un film

“Se il sole esplodesse, non ce ne accorgeremmo per otto minuti: il tempo che impiega la luce ad arrivare fino a noi. Per otto minuti, il mondo sarebbe ancora illuminato e sentiremmo ancora caldo. Era passato un anno dalla morte di mio padre e sentivo che i miei otto minuti con lui stavano per scadere”

MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO di Stephen Daldry  – 2’11 Warner Bros (Tratto dall’omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer – Guanda Editore 2005)

Una chiave ritrovata nell’armadio del padre ed un nome: Black. Ecco ciò a cui Oskar si aggrappa dopo la morte del padre, vittima dell’attentato alle Torri Gemelle di New York.
Una caccia al tesoro per impedire che i ricordi del padre sfuggano di mano, un modo per tenerne viva la memoria. L’elenco del telefono registra 472 Mr. o M.ss Black nella città di New York, ed è intenzione di Oskar  intervistarli tutti per trovare frammenti di un padre perduto.Un viaggio di formazione che obbligherà Oskar a fare i conti con il proprio dolore. 

Trailer

#3. Una canzone

And what can I tell you my brother, my killer
What can I possibly say?
I guess that I miss you, I guess I forgive you 
I’m glad you stood in my way

FAMOUS BLUE RAINCOAT di Leonard Cohen 1971 (canzone tratta dall’album Songs of love and hate)

Una breve lettera in cui Leonard Cohen si rivolge ad un uomo che ha sedotto la sua donna in un triangolo amoroso sospeso tra sogno e realtà. Un amico, un rivale di cui sente la mancanza e che si trasforma per un attimo in complice.
Tracce di perdono scritte. Pensieri sparsi alla ricerca del senso di vivere.
Sullo sfondo una New York scaldata dalla musica di Clinton Street ed il ricordo di un trench di colore blu.

Traccia

Imagerie

Foto di Volkan Olmez su Unsplash

“Nei suoni più caldi scomparirà il dolore”
Cosmo, Le cose più rare, 2013, 42 Records

Quando avevo diciotto anni ho scoperto che cosa volesse dire provare un dolore così forte da toglierti il respiro per l’assenza di qualcuno. Come faccio sempre, ho cercato di analizzare e rendere razionale quel sentimento, ma era impossibile. Non sapendo come esprimere quella sensazione ho letto molti libri, visto molti film, ascoltato molte canzoni che ne parlavano, che riuscivano a rendere quel dolore opera d’arte. Nel momento in cui sono venuta a conoscenza che il tema di questo numero era proprio Assenza ho letto e riletto le parole di altri, le ho assorbite e ho cercato di riportarle in immagini. Ho pensato che fosse ciò che questo spazio richiede ogni volta, ma in Assenza ho cercato di mettere anche un po’ del mio vissuto.

Per la prima volta da quando ho iniziato a lavorare a Imagerie, abbiamo pensato di scegliere una foto di copertina specifica: ho proposto Volkan Olmez, https://unsplash.com/it/foto/foto-in-scala-di-grigi-della-schiena-della-persona-wESKMSgZJDo perché ritenevo fosse quella che meglio riusciva a rappresentare la mia idea di mancanza. In un semplice scatto di schiena, ho percepito come un’ondata di sofferenza, la stessa ondata che mi travolge tutte le volte che avverto l’assenza di qualcuno. 

Queste, invece, le immagini che ho scelto per i post:

appunti.

Cinque declinazioni di legami e altrettanti consigli di lettura.

Foto di Camden & Hailey George su Unsplash

KRAPFEN

« […] così poco per volta, arrivavo a mettere insieme la somma per il libro. La tentazione di fare per una volta come molti dei miei compagni, e cioè di comprarmi davvero un Krapfen e mangiarmelo davanti a tutti, perdeva quasi ogni consistenza se la paragonavo alla meta che mi ero prefisso. Al contrario, mi piaceva stare a guardare un amico mentre divorava il suo Krapfen e provavo una sorta di voluttà, non saprei come altro definirla, immaginando la sorpresa della mamma quando le avremmo consegnato il libro in regalo»

La lingua salvata di Elias Canetti, Adelphi, 1980

Uno strano parallelismo accomuna i genitori a certi libri, è quel legame viscerale e fortissimo che si instaura con chi dà la vita. Quanti orfani sono stati allevati dai libri e, viceversa, quante donne e uomini sono nati – per davvero – grazie ai libri più amati? Non è un caso che nel parlare comune si accosti la lingua a una madre: è nelle parole che, in fondo, si conserva il segreto dello stare al mondo.

ABBRACCIO

«Me lo immaginai mentre scendeva trotterellando verso l’albergo, dopo l’abbraccio; cosciente della propria statura, della propria stanchezza, del fatto che l’esistenza del passato dipende dalla quantità di presente che gli affidiamo, e che è possibile dargliene poca o non dargliene affatto»

Gli addii, di Juan Carlos Onetti, SUR 2021

Si riconosce il sopraggiungere del tempo dell’abbandono da un’elettricità dell’aria, a cui fa eco la consapevolezza del trovarsi sulla soglia – affilata – di due momenti, che danno l’idea di vivere contemporaneamente nel passato e nel futuro. E quanto più forte è stato l’attaccamento, tanto più tragico sarà il distacco.

RIFLESSI

«Allora, col tormento e la superbia della conoscenza, venne la solitudine perché egli non tollerava la vicinanza dei bonari, degli innocenti dallo spirito gaiamente ottenebrato, e d’altronde il marchio sulla sua fronte li conturbava. Ma sempre più dolce divenne in lui il piacere della parola e della forma, e soleva dire (e anche questo l’aveva già scritto) che la sola conoscenza delle anime avrebbe condotto immancabilmente alla tristezza, se i piaceri dell’espressione non ci conservassero desti e vivaci…»

Tonio Kröger, di Thomas Mann, Einaudi 1993

Vivere nel riflesso di se stessi, nell’impossibilità di dare una forma precisa al proprio essere. Questo dramma, che crediamo spesso essere esaurito con la gioventù, sembra riproporsi ciclicamente nel corso della vita. La constatazione si riempie di angoscia, ogni volta, fino a quando non la si allevia con qualche arte, che diventa distrazione e insieme conforto.

CATENA

«Neppure la Tua diffidenza verso gli altri è tanta quanta quella che provo verso me stesso, e ad essa Tu m’hai condotto. Non nego una certa legittimità all’obiezione, che d’altronde reca un nuovo contributo alla qualificazione dei nostri rapporti. Nella realtà, naturalmente, le cose non possono combinarsi come le prove nella mia lettera, la vita è qualcosa di più che un gioco di pazienza; ma con la rettifica che risulta da quell’obiezione, e che io non voglio e non posso applicare ai particolari, si raggiunge a parer mio qualcosa di così vicino alla verità, da poterci forse tranquillare un poco e rendere più facile la vita e la morte»

Lettera al padre, di Franz Kafka, Mondadori 2019

Un peccato originale, una colpa da espiare. Così sembrano essere alcuni legami di nascita: delle catene piombate, indissolubili. E l’anima è soggiogata, sottomessa a una sorta di volontà superiore. Quanto coraggio ci vuole per uscire dalla caverna e guardare in faccia il sole? Forse meno di quello che ci aspetteremmo, ma bisogna crederci.

RINGRAZIAMENTI

«Olive dovette davvero imporsi di non dire, Ai miei tempi c’era l’abitudine di ringraziare qualcuno se ti mandava un regalo. No, Olive dovette fare proprio uno sforzo per non lasciarselo scappare, ma non lo disse, e, dopo qualche minuto, Ann disse ai bambini: – Avanti, su, andiamo a letto. Date un bacio a papà -. E i bambini si avvicinarono a Christopher e lo baciarono, poi passarono davanti a Olive senza nemmeno guardarla. Orrendi, due bambini orrendi, e orrenda pure la loro madre. Ma il piccolo Henry a un tratto scese divincolandosi dalle ginocchia del padre […] – Ciao, ciao – disse lui. E le pose la sciarpa dicendo – Grazie – . Be’ questo sì che era un Kitteridge. Un Kitteridge fatto e finito.»

Olive, ancora lei, di Elizabeth Strout, Einaudi 2020

C’è un trauma naturale insito nell’accorgersi del tempo che passa, che porta a non accettare il cambiamento, a cercare in chi viene dopo di noi quello che più ci somiglia, come una forma di nostalgia o di una speranza di riscatto per quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Ma un sorriso inconsapevole può alleviare una vecchiaia indispettita, tutti i nonni – veri o adottati – lo sanno. 

In sottofondo, kisses, Slowdive

Editoriale #8

Legami

Foto di Will O su Unsplash

“Elle est là ma mère mais c’est plus ma mère depuis qu’elle vit sans souvenir
Elle a dit mon nom, c’était pas mon nom, elle est là mais elle partie […]
Je sais qu’elle sent, je sais qu’elle sent, je sais qu’elle voit qu’on s’ressemble
On a l’même rêve, on a l’même sang deux impuissants”

Il faudrait, Vianney – Bigflo & Oli, album À 2 à 3, 2023

Guardarsi negli occhi e riconoscersi, guardarsi negli occhi e perdersi. 
Una madre che ha stracciato il filo, un figlio che vuole ridisegnare un percorso.
Guardarsi negli occhi e rifiutarsi: la difficoltà di riconoscere un legame sano, un legame che fa crescere da un altro che ti stringe e ti soffoca. Se non sai quale possa essere la risposta a una tua domanda, se le conseguenze sono sempre imprevedibili, come fai a non essere succube della volontà ballerina degli eventi o di chi ti promette amore, ma in realtà ti dà instabilità?
Guardarsi negli occhi e trovarsi: una condivisione che lega più delle parole e di una vita vissuta insieme. Due estranei davanti a un evento lieto o meno (una calamità, un attentato, una tragedia, una nascita, una vittoria). Combattere una causa, cercare le risposte. 
Chi era seduto vicino a te quando hai chiamato per la prima volta in vita tua un’ambulanza? Chi hai incontrato in pigiama, per la strada, dopo una scossa di terremoto? Chi stava nel bus quando hai ricevuto i risultati del tuo primo esame universitario? Chi hai chiamato quando hai saputo che avevi trovato lavoro? Chi hai abbracciato quando avete avuto un figlio? E chi quando lo hai perso?
Guardarsi negli occhi e sognare. Condividere valori, confrontarsi su temi di attualità, gusti, ricette, libri. Cosa ci accomuna? Cosa ci spinge a viaggiare e cercare dei punti stabili di orientamento?
Al paese, i vecchietti chiedono ai ragazzi: A chi sei figlio? A chi appartieni? In altri tempi: Dove sta il tuo cuore, chi ti ha accolto e cresciuto? Nel vangelo di Matteo va avanti per molto, tutta la genealogia di Gesù: puoi essere anche figlio di Dio, ma sei comunque legato a qualcuno.
Che i legami a volte sono scelti, a volte imposti. Mantenerli sta a ognuno.

Hanno partecipato a questo numero:

Il prossimo numero uscirà a fine Aprile e il tema sarà: Assenza. Grazie per leggerci.

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A presto,
Pamela

Imagerie

Legami

I crediti sono nel post

Questo numero mi ha dato la possibilità, attraverso le sue voci, di rappresentare legami sentimentali, legami tra sorelle, legami con la famiglia, con la casa. Vorrei, dunque, prendere questo spazio per parlare di un legame per me fondamentale: quello con le mie passioni. Il motivo per cui scelgo di citare i miei interessi, proprio qui, proprio in questo numero è che mi rendo conto che sono tutti collegati tra loro dalla parola “immaginario”. Leggere crea nella mia mente personaggi, gesti, sfondi; i film mi danno la possibilità di ampliare il mio immaginario; ascoltare una canzone forma un’immagine. Per questo motivo, credo che il legame con quella che è una parte importante della mia vita, con l’arte in ogni sua sfaccettatura, debba essere citato in un luogo che ha come titolo Imagerie.

Le immagini:

Editoriale di Pamela Frani
Foto di Will O su Unsplash
https://unsplash.com/it/foto/corda-rossa-su-tre-rami-St4qInZrYC4

  • Poesie

Fosca Navarra
Foto di Phil Baum su Unsplash
https://unsplash.com/it/foto/fiore-dai-petali-viola-jVGe1bQaVzs

Eleonora Baggio Compagnucci
Foto di Patrick Hendry su Unsplash
https://unsplash.com/it/foto/silhouette-delluomo-durante-il-giorno-nebbioso-nyKJlVwKTAU

  • Articolo 

Letizia Baldioli
Foto di Ramin Talebi su Unsplash
https://unsplash.com/it/foto/foto-in-scala-di-grigi-di-una-persona-che-tiene-lo-specchio-_TSV8FZryUo

  • Racconto

Roberta Silvagni
Foto di Annie Spratt su Unsplash
https://unsplash.com/it/foto/casa-marrone-vicino-allo-specchio-dacqua-CoGIz2DJKp8

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