fuoripunto.

au-delà des limites. beyond the expectations. oltre il confine.

Profumo, chiave della realtà

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Odora di menta. Questo in Liguria è il massimo insulto che si può rivolgere ad una piantina di basilico, come spiega Laurel Evans in Liguria The Cookbook1. L’odore di menta indica che la pianta è troppo matura, che le foglie tenere hanno perso il dolce, delicato aroma della loro giovinezza e hanno assunto quel sapore pungente, più simile alla menta, tipico delle piante più vecchie2. Le nonne liguri, dedite alla preparazione del pesto, riconoscono questa caratteristica alla prima annusata e riescono così a selezionare le migliori foglie per ottenere una salsa con un gusto perfettamente bilanciato.

Nonostante la sua evidente utilità, in cucina come in altri ambiti, l’olfatto ha sempre avuto una cattiva reputazione, come se fosse la minore tra le facoltà umane, pur essendo, in realtà, un senso fondamentale, che ci mette in connessione con la realtà che ci circonda, rivelandone i dettagli intangibili. È stato senza dubbio il virus Covid-19, a causa del quale molte persone sono state colpite da anosmia (perdita dell’olfatto) a riportare l’attenzione sull’importanza di questo senso, come veicolo per la comprensione del mondo che ci circonda.

Harold McGee, famosissimo storico dell’alimentazione, vincitore del James Beard Award per il suo indispensabile trattato On Food & Cooking3, è rimasto talmente affascinato dall’esplorazione dell’olfatto da dedicargli il saggio Nose Dive. A Field Guide to the World’s Smell4 in cui compie una ricerca ben al di là del cibo, portando i suoi lettori in una vera e propria storia degli odori. McGee sottolinea la potenza dell’olfatto, che ci consente di percepire le molecole volatili: minuscoli pezzetti di mondo, così piccoli da riuscire ad allontanarsi dalla loro fonte e volare invisibili nell’aria che raggiunge il nostro naso.

Ciò che è subito evidente è che crescendo nel tardo ventesimo secolo, nel nostro mondo pre-impacchettato, sanificato e deodorato5 prestare attenzione agli odori è un’attività che compiamo molto di rado. Ma l’olfatto è uno strumento necessario per la nostra conoscenza della realtà, è un veicolo dei ricordi e, soprattutto, è un aspetto cardine della nostra esperienza del cibo. E questo a causa di un particolarissimo fenomeno biologico chiamato olfatto retronasale: la percezione olfattiva che avviene quando gli odori vengono trasportati dalla bocca al naso mentre si espira.

La verità è che noi esercitiamo l’olfatto in due modi. Annusiamo ciò che è all’esterno attraverso il nostro naso, ma percepiamo anche l’odore di quello che stiamo masticando nel retro della gola. Durante la masticazione e la deglutizione alcune molecole vengono rilasciate nell’aria presente nella bocca e sospinte nella cavità nasale, stimolando i recettori olfattivi: queste sono le sensazioni olfattive retronasali, che il nostro cervello collega a quelle gustative6. E l’unione di questi stimoli sensoriali di gusto e olfatto crea una meta-sensazione, quella che gli inglesi identificano come flavour, sostantivo la cui traduzione è sapore, ma anche gusto e aroma.

Pensiamo al pane. Il più semplice dei cibi al mondo: acqua, farina e un po’ di sale, con infinite possibilità, infiniti gusti e profumi. Per chi è caduto vittima della schiavitù della panificazione durante il lockdown, allenare l’olfatto è diventata una pratica quotidiana. Riconosciamo l’odore dolce, caldo, di banana del lievito madre in piena forma, pronto per essere usato; quello pungente, acido, di un lievito sofferente, collassato, che ha bisogno di un rapido rinfresco e l’odore invadente del pane che finalmente cuoce in forno, che riempie tutta la casa, ed è il profumo dell’orgoglio, della soddisfazione di aver creato da zero qualcosa di così atavicamente buono.

Ma perché percepiamo il gusto del pane come nettamente superiore a quello di altri prodotti che hanno gli stessi ingredienti, come i cracker ad esempio? È tutta una questione di aria e di olfatto retronasale e lo spiega perfettamente Michael Pollan nella puntata dedicata proprio all’aria7 della serie Cooked, tratta dal suo omonimo libro8. Tutte le bolle d’aria [del pane] contengono gas dice Pollan quindi c’è un aroma che sale attraverso il retro della bocca fino alle cavità nasali e lì viene assaporato. L’aria, e la fisiologia del nostro olfatto, rendono un semplice boccone di pane un’esperienza complessa, capace di imprimersi nella memoria come la madeleine di Proust.

Il pane mi piace che abbia un “naso” (un profumo) deciso, che la mollica accarezzi le papille gustative come una serie di onde che lambiscono la spiaggia lasciando un poi di schiuma ogni volta che si ritirano scrive Laura Lazzaroni ne La formula del pane9, confermando poeticamente come odorare il pane sia un passaggio obbligato per apprezzarne il gusto.

La particolarità dell’odore retronasale, che viene assimilato dal nostro cervello come sapore, è stata concretamente sfruttata nel 2016 da due ragazzi tedeschi, Tim e Lena, che per un progetto universitario10, in cui si richiedeva di unire design e neuroscienza, hanno creato il prototipo di una elegantissima e colorata borraccia. Una borraccia che eleva la semplice acqua con cui viene riempita attraverso dei pod aromatici, da posizionare nella parte superiore, vicino alla cannuccia. Bevendo si crea un’aspirazione per cui il pod rilascia il suo profumo e questa aria aromatizzata viene percepita dal nostro cervello come un sapore, ingannandolo e facendogli credere che stiamo bevendo un succo di frutta o un cocktail, quando si tratta invece di salutare acqua senza alcun additivo.

Mi viene in mente la scena di French Kiss11 in cui Kevin Kline fa annusare a Meg Ryan, in una stanza polverosa di un romantico casale nella campagna francese, alcune boccette contenenti bacche, erbe e terra, prima di farle degustare un bicchiere di vino rosso. Gli aromi appena odorati le consentono di ritrovare gli stessi sapori nel vino, come un’esperta sommelier. Da tutti questi esempi è chiaro come gli odori siano un collegamento con la realtà e con l’immaginazione, un ponte tra la nostra quotidianità e l’immenso mondo che ci circonda.

1 Laurel Evans, Liguria: The Cookbook. Recipes from the Italian Riviera, Rizzoli USA, 2021
2 idem, p. 63
3 Harold McGee, McGee on Food and Cooking: an Encyclopedia of Kitchen Science, History and Culture, Hodder & Stoughton, 2004. Traduzione italiana: Harold McGee, Il cibo e la cucina. Scienza, storia e cultura degli alimenti, traduzione di Federico Rapuano, Ricca Editore, 2016
4 Harold Mcgee, Nose Dive: A Field Guide to the World’s Smell, John Murray, 2020
5 Harold Mcgee, Nose Dive: A Field Guide to the World’s Smell, John Murray, 2020
6 Carlo Gibertini, Post-covid, la riscoperta dell’importanza dell’olfatto su La Cucina Italiana online, 2 marzo 2022
7 Cooked, stagione 1, episodio 3, Aria su Netflix
8 Michael Pollan, Cotto, traduzione di Isabella C. Blum, Adelphi, 2020
9 Laura Lazzaroni, La formula del pane. Il metodo per imparare l’arte della panificazione domestica, Giunti, 2021
10 https://it.air-up.com/pages/air-up-infos
11 French Kiss di Lawrence Kasdan, 1995

Mon petit

Photo by Philipp Trubchenko on Unsplash

Mastico il mare, lo biascico dalle persiane che lasciano sgattaiolare porzionato il sole. Chi se ne fotte del sole. Ora di pranzo, puzzo di pesce spogliato del refrescume, pesce imborghesito da intingolo e fritto spesso. Non sbavo, sazia come sono di salsedine, salsedine e cracker mi nutrono ormai da giorni. Sputo il sale che mi cresce in bocca.

Le prime a sparire sono state le bouganville. Dal mio senso, dalle narici. Ho carezzato i fiori rosa, rosa cui hai affidato la cura di me, accuditela che è sola hai detto, e loro ubbidienti. Non recrimino, mon petit, le bouganville si danno affanno per me, me esiliata e me isolata ma ho te, lo so che io ho te, mon petit, non recrimino e le bouganville mi accudiscono ma non quel giorno, la mattina in cui hanno voltato i petali per non vedermi, chissà se offese da una mancanza che stupida non ho colto, le bouganville mi hanno espulso dal loro odore, e sputo il sale che troppo si addensa tra le labbra arse.

Poi il basilico, foglie piccine a cui dare recatto, a dirla come gli indigeni, il basilico odoroso che incontra i pinoli per far la muta in pesto, pesto pestato da un pestello nel marmo, anche se il nostro è da un frullatore ma non spifferiamolo ai vicini. Ti piace il pesto, il pesto leggero col basilico tritato fino fino, senza un pinolo o un pezzetto d’aglio intonso, che fa un profumo verde chiaro quasi fosse una crema, la crema che mi cospargo in volto la sera quando mi dici che so di buono, so di mamma anche se non abbiamo figli, noi due, e guai se il pesto ti mostra un granello grossolano, guai se dimentico di dare la crema che mi hai regalato, quella che sa di tua madre, se no sono piatti che schiantano e vasetti che rotolano come bocce.

Il secondo gran colpo, all’olfatto mio ignaro, è arrivato la sera dopo, quando sono stata al giapponese: né sushi, né salse e neppure i tempura dell’all-you-can-eat hanno ridestato le mie narici, la lingua gioiva e il palato a smistare e gradire, non come quando a Natale il virus si è fottuto i ravioli di tua madre contraccambiando con ageusia e anosmia.

Eppure. Nessun salmone, non tonno né l’amido del riso ha dato senso al mio naso, tutto bloccato quasi avessi il suggello invisibile che mi concentro a creare se mi tuffo sott’acqua. Ma io stavolta non lo volevo, il suggello!

Stai bene? avresti detto, se fossi stato con me, e io sì sì mon petit, mangio lenta per meglio assaporare, ma tu non c’eri e ogni boccone diceva anosmia.

La notte ho smanettato su internet, da allora so dare un nome al mio malessere. Ageusia è di chi non sente i sapori, e non ce l’ho posso stare tranquilla. Anosmia è invece ‘sta cosa che mi riguarda, ho cercato sul cellulare a luci spente mentre taceva la casa, questa casa dove mi hai portato senza che io volessi ma ti ho perdonato, ti perdono se ho mollato il lavoro tanto la salsedine ora mi appaga, mastico salsedine che corrode il cervello e a volte mi abituo. Ho cercato mentre la casa, sei tu questa casa che stringe blocca e controlla, mentre la casa giaceva, e ho scoperto che non sono le sole rifiutate dagli odori, queste narici asimmetriche ereditate da un padre che mi annusava dove non doveva. Ti stupiresti della sacca della spesa piena di paste al tartufo, acciughe cipolle e aceto, sapori densi che mi attraversano ormai solo la gola. Anosmia, si diceva, e graduale: ho fatto esami che ho dettato da internet al dottore, non ho insufficienza renale né epatica, non ipotiroidismo, non adenoidi ipertrofiche né tantomeno tumori. Mi ha aiutato Freud, quella notte: disturbo di conversione, dunque io somatizzo il mio conflitto tra ucciderti e amarti, la distanza dagli odori è la stessa che vorrei prendere da te.

Ma non lo faccio apposta, mon petit, se potessi fiuterei ancora il dolciastro dell’ozono nel vento che preannuncia la pioggia, respirerei i bromofenoli, i dictioptereni e il solfuro dimetile che danno afrore alla salsedine, annuserei la saliva che tu mi sputi in faccia e il sangue acre quando mi prendi a pugni.

Nulla di nulla, io sento.

Ricordi quando ci siamo incontrati, mon petit?, eri così innamorato che mi volevi mangiare, pur di tenermi con te. Io che ridevo e mi sentivo regina, benché di un regno, allora ignoravo, che dimora agli inferi.

Ti ho perdonato, mon petit mon coeur, ho perdonato tua madre che mi spoglia per capire se i miei fianchi sono buoni da figli, tua zia che mi fa quasi stuprare da un uomo per testare la mia fedeltà.

E perdono te, che non mi hai mai difeso e a cui ho creduto quando mi davi le colpe.

Ero brava al laboratorio, ricordi, la mia equipe studiava la turbinmicina, ti ho fatto una testa così quando ci siamo conosciuti, sugli effetti antifungini del microbioma marino contro la Candida auris, e tu ascoltavi, ti avvicinavi e ripetevi: migliorerai il mondo.

Ho migliorato il tuo mondo, sì, sono diventata il giocattolo su cui infierire, la tua “cosa”, come mi chiami, che nessun altro vuole.

Non mi pesa, mon petit, non mi pesa asservirmi a un re feroce quanto nessuno immagina. Ma ora c’è l’anosmia con me, non sento nulla più che col raffreddore. Non mi lavo da giorni, voglio un odore così mordace da trivellare il suggello al naso, non faccio che annusare e presagirmi il corpo, fiuto le ascelle e fra le dita dei piedi e perfino là sotto, infilo un dito sperando che qualcosa puzzi.

Poi annuso te, mon petit mon coeur, ti sniffo in ogni piega della pelle, tra gli occhi vitrei e il naso che si va sformando, discendo agli arti e raggiungo quelle zone che a volte ti eccitano, e talora tacciono.

Un’ora fa masticavo cracker e salsedine, e ti fissavo come fissavi me un tempo, e ho sobbalzato al trillo del citofono per un avviso di raccomandata, sei stato tu l’ultimo a suonare quel citofono, dieci giorni fa la mattina, rientrando cupo per quella che hai chiamato troia, non me la dà perché sa che viviamo insieme, gliel’hai detto tu, strillavi, di noi due? Io che arretravo e la mia voce si rendeva piccola, pur sempre conscia di ciò che stavo per fare. Mi ero preparata, mon petit, ti mangerei pur di non perderti, ma da quel giorno, il giorno delle bouganville, in pegno ho dato ogni opportunità di odore.

Sei qui davanti e io ti carezzo il corpo, e immagino aspro l’olezzo della formalina: l’ago ha forzato a trapassarti l’addome, non come col solito cortisone per l’asma, te ne stavi rigido e tenace con la macchietta in pancia che incoraggiava a insistere.

Adesso i giorni sono trascorsi troppi, già o tra un po’ il putrido saturerà la stanza. Non preoccuparti, mon petit, non avverto il lezzo, starai sul letto finché i vicini non irromperanno.

E ti perdono se non sento il tuo odore, né la salsedine che ci mastica il cervello.

Ai panni

Foto di Mulyadi su Unsplash
Ai panni
è bastato un bucato;
al cuore una compressa,
alla pancia un pianto vero.

Unico rovello?
Eradicarlo dal cervello.

Lì senza un rumore
incanto senza tempo oltre il dolore
traccia persistente (tu, piuttosto, assente!)
indelebile 
incolore
l'odore che rimava col tuo amore.

L’odore della sera

Foto di Masaaki Komori su Unsplash
L’odore della sera è per me da sempre

la pompa gialla dell’acqua
slegata intorno ai piedi,

l’odore impastato di terra,
di fogna, di steli.

Serpente che avvolge la casa
a nutrire il giardino,

rituale che chiude la vita del giorno, di tutte le cose.

appunti

Photo by Agustín Ljósmyndun on Unsplash

FUMO

Fumisteria, di Fabio Stassi (Sellerio, 2015)

«Anche questa mattina che preannuncia l’estate, Donna Mariannina continua a fumare, e lo fa con rinfrancata caparbietà, sente ritornarsi le forze, e sa che fumerà finché non le tremeranno le mani. La stanza s’imporpora di nuovo, e dai vetri della finestrella già non si vede più nulla. Tutto è fumo ormai intorno a lei, che canta. […] Fumo la storia, la memoria, i libri e gli avvocati che verranno dopo l’avvocato Licata e gli uomini che seguiteranno le battaglie di Rocco. E soltanto qualche naso più fine degli altri, a volte, in particolari circostanze, potrà appena percepire un certo lontano odore di bruciato.»

In certi posti del retroterra si sente spesso, d’ estate, un odore di pneumatico bruciato. Lo si avverte generalmente di primo mattino o intorno al crepuscolo, è un tanfo acido, fastidioso. Quando l’aria è ferma, può durare per diverse ore, impregna i muri delle case, e resta per tutto il giorno nello spazio della percezione, latente, come un principio di nausea. A volte lo si vede: è un fumo nerastro che appanna l’aria, s’infiltra nella freschezza della rugiada, contamina i profumi della terra.

Da dove arrivi quell’odore è sempre un mistero, forse da non molto lontano, da qualche campo semi-abbandonato in cui si smaltiscono materiali di risulta. Sono solo foglie secche, direbbero gli incendiari se colti in fallo, scellerati.

Verso fine estate, con una regolarità fuori dall’ordinario e sempre all’alba o al tramonto, quel fumo cambia colore e consistenza. Diventa bianco e perde acidità, a volte sa di resina e di sambuco.

Chissà chi ha esagerato col profumatore a bastoncini – pensa qualcuno – e già si sentono gli scricchiolii del legno che cede sotto le fiamme che si vedono in lontananza. Sono in alto, sulla cima delle colline, dietro le case. Il fuoco procede in moto accelerato: prima una lingua isolata, poi due, cinque, dieci vampate poco lontane tra loro, che prorompono in un incendio che ricorderemo per anni.

Il rituale consolidato: le telefonate si accavallano ai vigili del fuoco, alla forestale, alla polizia, ai carabinieri, alla finanza, alla guardia costiera, tutte con lo stesso esito, Aspetti, dobbiamo verificare la credibilità della sua denuncia, l’affidabilità della sua persona, l’attendibilità dei suoi occhi. Carta d’identità e codice fiscale. Da quanto tempo non va a visita dall’oculista? E dall’otorinolaringoiatra? È sicura, dico è sicura, di quello che sta dicendo? Lo sa che denunciare il falso è un reato penale? È mio dovere farle queste domande, sto solo facendo il mio lavoro, allora lei dichiara che in data tot alle ore tot una colonna di fumo si alzava a circa duecento metri in linea d’aria dalla sua abitazione in via xy, dando evidenza di un principio di incendio, bene chiameremo se abbiamo bisogno d’altro, mandiamo una squadra in sopralluogo Quando? Eh, è agosto, lei lo sa il personale è ridotto, arriviamo il prima possibile.

Quel prima diventa sempre troppo tardi, quando nulla resta da fare se non sperare che calmi lo scirocco e no, non pioverà, dice un vecchio a un giovane, entrambi parte del grande gruppo di persone che sorveglia le case ai piedi della montagna. Tutto brucia fino a che pure la terra diventa cenere e non rimane che la roccia viva a fare da scudo ignifugo.

Un tempo era tutto bosco, c’erano le querce e gli ulivi e la macchia, dicono. Ogni estate è così, in questa specie di campagna edificata, circondata da colline che non rinverdiranno mai. Qualche volta si identificano pure i piromani, ma l’evento nemmeno fa notizia, a meno che non si tratti di un ragazzo di quindici anni, sorpreso dalle telecamere di sorveglianza a lanciare gli inneschi nella radura. È stata una bravata, dicono, e allora pure la verità diventa fumo.

Editoriale #5

Photo by Bibi Pace on Unsplash

*Splenderà Michela Murgia*

Questo numero sull’odore uscirà nella sua totalità a fine agosto, ma la sua preparazione risale anche a prima di questi mesi d’estate.
Perché d’estate un po’ bisogna riposarsi. E se non si può, almeno ci sono la luce e il sole che ci aiutano ad avere l’energia per continuare e tenere duro per gli obiettivi che un po’ ci siamo prefissati e un po’ ci capitano tra capo e collo.
Avrei voluto mettere citazioni, fare paralleli letterari, ma è vero che questi mesi sono stati un po’ anarchici: ho letto tanto e quel che mi pareva, ma nel frattempo ho lasciato un po’ la vita accadere. Ho messo in cantiere nuovi progetti (a breve la newsletter), ma ho anche tirato il freno su altro.
Però l’odore mi ha accompagnato in questi giorni, grazie soprattutto agli autori che hanno scritto per il blog, e poi alla vita.
Ecco, il numero sull’odore è sulla vita e quotidianità.
Vi lascio allora la mia lista di odori per questa estate. Io la riprenderò sicuramente quando è troppo buio o vorrò aggrapparmi a un ricordo.

Borse chiuse, ferro delle zip, plastica degli infradito, crema solare, alcool denaturato, citronella, abete di Vancouver, scroscio di pioggia, disinfettante, rotolone di carta del lettino della guardia medica, acqua di colonia, erba secca, bruciato, birra acida, colla degli sticker, basilico, fiori recisi, stucco fresco, incenso, mentuccia, rosmarino, piante di pomodoro, fettine panate fritte, ciambelle al vino, zucchine alla griglia, vino e aceto, acqua di mare, bagni pubblici, sabbia bagnata, pozzanghera, gelato, panni stesi al sole.

A presto
Pamela

In questa uscita:

Redazione: Pamela Frani, Elisabetta Carbone
Poesie: Lucia Brandoli, Andrea Viviani
Racconto: Roberta Poggio
Articolo: Francesca Romana De Bernardino
Appunti: Carmela Fabbricatore

Il prossimo numero uscirà a fine ottobre e il tema sarà “Radici”.

Luce e piante

Foto di Barbara Bernardini

Forse la più antica manifestazione della magia sulla terra è la fotosintesi o così dovrebbe apparire, a dei mammiferi come noi, la capacità delle piante di ricavare il proprio nutrimento, e quello di tutte le altre forme di vita, a partire dall’anidride carbonica e dall’acqua col solo innesco della luce.
Ecco, ma io, oltre a rimanerne stupefatta e ammirata, non so dire altro, quindi chissà perché sia partita proprio da questo aspetto per parlare di luce e piante, quando in realtà sarebbe stato più preciso dire un’altra cosa: la più antica manifestazione della bellezza sulla terra riguarda le piante e la luce.
Chissà quante paia d’occhi (e anche qualche occhio singolo) siano rimaste incantate davanti a come la luce riflette sulle foglie e come le attraversa; come illumina e rende attraenti i fiori; come stimola e indirizza la crescita dei rami e dei fusti, verso l’alto, alla ricerca del sole, in forme spesso così intricate e affascinanti; come filtra attraverso le chiome, illuminando il sottobosco con pochi, netti raggi che tagliano l’ombra buia.
Noi animali non siamo altrettanto belli, al sole. Forse giusto quelli con le piume, loro un poco – perfino le galline acquisiscono un leggero fascino al sole, quando si accendono i riflessi nascosti del piumaggio e creste e bargigli diventano rosso fuoco –, gli insetti iridescenti, i pesci con le squame dai riflessi metallici; ma gli animali pelosi, umani compresi, un po’ ne soffrono.

Foto di Barbara Bernardini

Tranne al tramonto: i tramonti sono indulgenti con chiunque e con qualunque cosa, anche con un sasso, e rendono d’oro quel che rimane del giorno, e della nostra pelliccia di scimmie. A guardarle da vicino, queste pelurie sono così simili a quelle dei fusti e delle foglie dei pomodori, o delle melanzane: donano un contorno luminoso alle sagome, come fossimo vestiti dell’abito migliore a nostra disposizione.
Mi piace starmene nell’orto al tramonto e aspettare lì che faccia sera: guardando rasoterra, con i raggi del sole sempre più bassi e quasi paralleli al terreno, che passano attraverso le foglie dei piselli, illuminando i fasci vascolari, o attraverso i fiori, rendendo giustizia alla perfezione anche di quelli più minuti. È in quel momento che capisci che è vero quanto dice Michael Pollan: Non penso che sia possibile comprendere la forza gravitazionale della bellezza senza aver capito il fiore, perché è stato il fiore a introdurre nel mondo l’idea di bellezza1.
Aggiungerei: non penso sia possibile capire la forza gravitazionale della bellezza finché non si osserva attentamente un fiore controluce, al tramonto, o meglio: finché non si osserva il tramonto, attraverso un fiore.

Foto di Barbara Bernardini

Durante il giorno, soprattutto ora al principio dell’estate, la luce del sole è quell’impietosa presenza a picco sulle nostre teste e il tempo sempre più lungo in cui aspetto la sera è impegnato nel trovare riparo: l’ombra più accogliente, d’estate, è quella delle chiome degli alberi. Durante il giorno, la luce è roba da boschi il più fitti possibile.
Ma anche d’estate arriva il tramonto: è la tregua.
Man mano che il sole diventa meno crudele si concede anche alle pianticine più minute accendendo dei dettagli che altrimenti ci sfuggono; alle graminacee già secche nei prati, poco più che erbacce che all’improvviso diventano d’oro; agli ulivi, con le loro chiome che poca ombra possono fare, durante il giorno, soprattutto negli anni come questo in cui li potiamo in modo più invasivo, ma che a quest’ora sfoderano il lato argenteo delle foglie, piccole e strette, lucide come alici che si muovono in branco, cambiando direzione tutte insieme a ogni colpo di vento.
Poi pian piano il sole scompare del tutto sotto l’orizzonte, rimane la luce del crepuscolo, sempre più rosa e finalmente delicata da questo lato della terra: è l’atmosfera a darle colore, mentre la tiene sospesa ancora un po’, fra aria, vapore e pulviscolo. Le sagome degli alberi che finora avevano dato riparo diventeranno nere, i piccoli fiori bianchi dei fagiolini conserveranno un loro bagliore notturno, li vedo, ancora, fra le foglie scure. Le cicale e i colombi che tacciono dopo una lunga giornata di insistenza, e i merli che invece diventano improvvisamente ciarlieri – chissà poi se succede così solo a quelli che vivono qui o se è un’abitudine di tutti questi neri pennuti: ecco una cosa che vorrei sapere e che non so, mentre mi trovo sempre a conoscere opinioni di cui farei a meno, che piccola ingiustizia, questa, in un mucchio di grandi ingiustizie.
Infine, quando del sole resta solo il riflesso sulla luna e su Venere – eccolo lì, è già nel cielo poco più su nella direzione in cui è appena scomparso il sole, sempre a ovest –, diventano visibili anche le prime stelle: la loro luce che per millenni ha attraversato lo spazio vuoto, più buio e freddo pensabile – Una luce che da lontano entra negli occhi / Dove inizia prima che lei possa vederla / Arde attraverso le parole a cui nessuno ha creduto, c’è scritto in una poesia di W.S. Merwin2 – per poi arrivare qui flebile e soccombere vicino al lampeggiare di qualche insegna.
Di notte è ancora la luce a dare un senso di casa: so riconoscere poche costellazioni, ma quando appare l’orsa maggiore sento come di aver ritrovato la via dopo un lungo vagare senza direzione, questa sagoma materna, così semplice da individuare anche per me, che poi confondo tutto il resto.
È dall’orsa maggiore che parto per trovare poi la stella polare: la luce che vedo quando la guardo è nata da un suo respiro di quattrocentocinquanta anni prima. E non è un modo poetico di raccontarla: Polaris, gigante gialla, respira, pulsa, si espande e poi si contrae nuovamente, aumentando massa e luminosità ogni circa quattro giorni.
La luce degli astri è qualcosa per cui ho una sorta di rispetto religioso, la riverenza del trovarmi di fronte a forze fuori dalla nostra portata, indifferenti ai nostri errori, lontanissime e intoccabili, a cui possiamo avvicinarci solo con la speculazione matematica.
Su tutte, certo, è la luce del sole a stupirmi di più: il privilegio di essere capitata su un pianeta così vicino a una stella, non troppo da bruciare, ma abbastanza affinché prendessero vita le forme vegetali, dalle più minuscole a quelle più complesse, tutte in grado di ricavare dal sole nutrimento e meraviglia. L’alternativa era il nulla, vuoti e pieni di sola materia senza vita: a proteggerci da qualcosa che somiglia così tanto alla morte c’è un sottile guscio composto dall’elemento più impalpabile che esiste, l’atmosfera, un leggerissimo involucro di gas che separa questa palla di roccia dal nulla.

Foto di Barbara Bernardini

Non è solo stupore, è anche la fiducia, finora sempre ben riposta, che questa immutabile forza che parte dal sole, e in circa otto minuti e mezzo arriva ai miei occhi, continuerà a farlo almeno finché avrò un minimo di capacità visiva o di sensibilità per sentirla sulla pelle: quali altri eventi potrebbero mai darmi un conforto così assoluto, se non i tramonti, quei momenti in cui la luce del sole festeggia la sua presenza?
Cosa può andare storto quando in giro c’è così tanto splendore? Cosa può accadere di irrecuperabile finché so di poter aspettare la sera con questo rituale affidabile, prevedibile nel progredire delle stagioni? Arriveranno i tramonti d’autunno, i miei preferiti, quelle sere in cui nell’aria si muoverà l’odore di terra bagnata a dire di stare tranquilli, tutti, perché da qualche parte starà piovendo. E poi ancora un giro completo, attraverso inverno e primavera e di nuovo estate. In un clima con delle stagioni così impazzite, l’arco del sole e il mutare della sua luce durante l’anno rimane un punto fermo mentre tutto il resto vacilla.
Mi rassicura il tramonto perché è una festa della bellezza, questo scintillare del giorno proprio mentre ti sta dicendo addio, che inevitabilmente porta al culmine della meraviglia qualcosa solo quando stai per perderlo: un’atmosfera gioiosa ma già nostalgica, già consapevole del distacco. Io sono una che si strugge nei ricordi, capita, eh, è che nel tramonto succede per davvero quanto scrive Gianni Celati, quando dice che Le cose sono là che navigano nella luce, escono dal vuoto per avere luogo nei nostri occhi3: le cose del mondo esistono in quel momento in una loro forma perfetta, aurea, sono lì fuori che navigano nella luce e, insieme, dentro di me, dando anche a queste mie retine e a questa mia testa un momento di perfezione in cui posso essere indulgente con tutte le mie mancanze, in cui posso ritrovare anche in me una bellezza sfolgorante, un mio stare fra le cose del mondo finalmente sensato. Prima di scomparire, lentamente, con il procedere del buio.

1 Michael Pollan, La botanica del desiderio, trad. di Giuditta Ghio, il Saggiatore, Milano 2005

2 W.S. Merwin, L’essenziale , trad. di Chandra Candiani, Ubiliber 2022

3 Gianni Celati, Verso la foce, Feltrinelli, Milano 1989

La ragazza dal cuore atomico:re

Foto di Dynamic Wang su Unsplash

Con Boris ho stretto un patto.
Abbiamo deciso di barattare le prestazioni professionali di uno con quelle dell’altro.
Siamo amici da una vita e ci è sembrato eccessivo stringerci la mano per siglare l’accordo di cui sono stato il primo beneficiario; il dente rotto mi faceva così male che la notte prendevo sonno con una pasticca di ossicodone e non volevo arrivare a due.
Per non intralciare la regolare attività d’ognuno s’era convenuto di lavorare a studi chiusi, e Boris lavora proprio bene, non c’è che dire. Ma anch’io lavoro bene e lo sa anche lui, tant’è che mi chiama affettuosamente O’mast, il maestro. E così, dopo le sedute nel suo studio dentistico, stasera è il suo turno.
Mentre sfoglia i cataloghi dei disegni, giro un cannone col Lemon che Saif mi ha portato l’altro ieri. È il suo primo tatuaggio. È giusto metterlo a proprio agio e dargli tempo per scegliere il soggetto. Dai discorsi che fa credo che sia in fissa per una ragazza che li adora.
– Sei sempre dell’idea di tatuarti la schiena? – Dico chiudendo la canna.
– Certo.
– Allora passa al catalogo nero, schiena e torace. Quello che stai sfogliando ha solo soggetti per braccia, gambe e collo.
– E quello rosso? – Fa lui.
– Chiappe e tette, – gli rispondo a mezza bocca col joint tra le labbra. – S’è scaricato, fammi accendere.
Mi passa il suo accendino e dà una sbirciata al catalogo rosso prima di aprire il nero.
– Che ne dici di questo? – Chiede dopo un po’, e mi mostra due ali d’angelo unite da una croce.
– Se vuoi portarti una croce fin nella tomba, cazzi tuoi, – faccio io.
– Naaa, – conviene lui.
– Tieni, magari ti aiuta, – dico passandogli la canna.
Boris aspira lungo.
– Bello questo. Che cos’è?
– Un mandala. Di solito lo scelgono le ragazze, ma se ti piace.
Lui continua a sfogliare il catalogo con le dita appiccicose di chi ha mangiato pollo.
– La passi o no!
– Questo. Ho deciso. Voglio questo, – dice lui, passando la canna e puntando l’indice sul soggetto a confermarne la scelta.
Butto l’occhio sul catalogo. Faccio un bel tiro da riempirmi i polmoni e trattengo il fiato.
– Questo no.
– Come no, è perfetto. Mi ci rivedo in questo drago senz’occhi.           
– Boris, no.
– Questa è bella: è da mezz’ora che sfoglio cataloghi e una volta che mi decido, tu dici no. Cazzo, ma perché? E non rispondermi ‘perché no’ come ai bambini.
– Perché quello è il drago di Yuko.
– E a me che me ne fotte!
– A me sì. Ho fatto una promessa. Ma non a lei.
– Quindi questa Yuko è una lei, ora capisco, – dice sornione. – Comunque ho deciso; se non sarà questo, voglio comunque un drago.
– I draghi non li tatuo più. Quello è stato l’ultimo.
– E perché lo tieni ancora in catalogo allora?
Ammazzo la canna nel posacenere e soffio il fumo sulla faccia di Boris.
– Sei un cagacazzo.
– Lo so, – ammette lui.
Lo conosco da troppo e so che il muro contro muro con lui non funziona.
– Davvero vuoi sapere perché è ancora in catalogo?
– Sì.
– Per il piacere di dire no ai rompiballe come te.
– Ah ah, simpatico. Non ti ricordavo così misterioso.
– L’unico mistero in questa storia è quello di Yuko, – dico io. – Che ho conosciuto a Firenze quando ero socio col Sardo. Una sera mi ha trascinato a forza in uno dei locali che frequentava lui, meta preferita della giovane borghesia fiorentina. Non sto a dirti che mi sentivo un pesce fuor d’acqua, ma il Sardo diceva che i clienti migliori li trovava così, passando le notti in posti come quello, e mentre lui non si risparmiava nelle pubbliche relazioni io affondavo in un divanetto con il secondo drink in mano. La musica faceva schifo, la gente pure, ma per fortuna il Negroni spaccava. E fu scolandomelo che, rivolgendomi alle gambe accavallate a fianco a me, dissi “Tutte queste persone sembrano tante supposte in attesa di entrare nel buco del culo di qualcuno”.
– Uh che poeta, – commenta sarcastico Boris.
– Tu scherzi ma “è una tua poesia?” fu ciò che disse la proprietaria delle gambe. Bah, forse potevo anche avercela l’aria del poeta, o forse non era insolito incontrarne in quel posto, non so, sta di fatto che schiodai gli occhi dalle mie scarpe per puntarli su di lei.
– E te la sei scopata.
– Uhm, non quella sera. Ci siamo rivisti giorni dopo per un aperitivo e abbiamo finito col cenare assieme. Ma non fu l’unica volta che Yuko passò la notte da me; il mio appartamento offriva più intimità della sua doppia in una casa per studenti.
– Vecchia roccia, te la sei scelta giovane.
– Ti ricordo che abbiamo la stessa età, stronzo. Comunque sì, aveva venticinque anni e io quarantasei.
– Quindi tre anni fa.
– Sì, ma il mistero di Yuko non è nei suoi anni.
Boris tace, e mi guarda come a dire continua.
– Non capivo perché non si toglieva mai la T-shirt quando scopavamo.
– Vuoi dire che non le hai mai toccato le tette?
– Toccato sì, da sopra la maglietta.
– Quindi non gliele hai mai viste! Io non ce la farei.
– Infatti dopo un po’ la cosa cominciava a pesarmi, perché all’inizio l’avevo presa con filosofia, non m’ero fatto problemi finché si è trattato soltanto di scopare.
– Oh oh, non mi dire che ti eri innamorato?
Cosa c’è di più eloquente del silenzio nel momento giusto? Solo l’imbarazzante silenzio al momento sbagliato.
Boris accende una sigaretta e passa pacchetto e accendino a me.
– Fanne un’altra va. La tiriamo per le lunghe se c’è di mezzo il cuore.
Aveva ragione, d’altronde mi conosceva e più d’una volta s’era sorbito le mie pene d’amore. Sono un romantico, anche se non lo do a vedere.
– Allora? Continua: come hai fatto con le tette? Le hai viste, spero.
Anche Boris è un romanticone ma non lo dà a vedere.
– Sì, ma non le ho strappato la maglia come pensi tu.
– L’hai sbirciata sotto la doccia?
– Coglione.
Boris risponde col suo sorriso, quello che gli apre tutte le porte.
– Le ho semplicemente chiesto “perché non te la togli quando facciamo l’amore?”
– E lei?
– Ha risposto “Hai detto facciamo l’amore?” e io ho annuito; e poi se l’è tolta, così, – faccio io schioccando le dita. – E a me ha tolto il fiato ciò che ho visto.
– Wow! – Dice allungando la mano. – L’accendo io se non ti dispiace.
– E non erano le tette a togliermi il fiato. So che non mi crederai ma una luce rossastra le pulsava sotto pelle in corrispondenza del cuore.
– Secondo me fumi troppo, – fa lui dopo averla accesa. – E ‘sta roba è potente, mica come il cioccolato che si rimediava a scuola.
– Guarda che non ti sto coglionando. Yuko la chiamava “la mia singolarità”. Ti ricordi lo tsunami del 2011?
– Certo che me lo ricordo, quello del casino di Fukushima, – ribatte prontamente. – E cosa c’entra?
– Il padre di Yuko era un tecnico della centrale. L’ultima volta che l’ha visto è stata tre giorni dopo l’incidente: la popolazione doveva essere evacuata e il padre chiese alla propria sorella di portare Yuko via con sé, a Tokyo, lontano dalla centrale. Lui invece lì dentro c’è morto.
– E la madre?
– È morta subito dopo il parto. Yuko ha sempre vissuto con il padre, e quando lui per salutarla l’ha stretta in un abbraccio, il loro ultimo abbraccio, il cuore di lei si è come sentito sotto attacco, bombardato e sottomesso. Ha usato proprio queste parole per descrivere quella sensazione, che ha riprovato anni dopo, facendo…

Il telefono di Boris squilla a massimo volume riproducendo Unravel, di Tokyo Ghoul. Erano anni che non la sentivo, da quando Yuko l’aveva impostata come sveglia sul suo smartphone – dopo che avevamo passato tutto un weekend insieme a vedere l’intera serie.
– Scusami, devo rispondere, – fa lui col cellulare in mano. – Eccomi, come stai? – Dice alzandosi dallo sgabello e allontanandosi un po’.

Che ha riprovato anni dopo facendo l’amore per la prima volta.
Facendo l’amore.
Amore.
Questo diceva Yuko.
Era l’amore a innescare la sua singolarità.
L’aveva capito.
Ogni volta che si innamorava.
Che faceva l’amore.
Il petto si illuminava.
Un pugno di carne che si apriva ed emanava luce.
Rossa. Calda.
In corrispondenza del cuore.
Un segno rosso.
La visibilità del sentimento.
Quanti uomini potrebbero approfittare di una situazione del genere?
Perché non farlo?
Lei lo sapeva.
Voleva solo proteggersi.
La maglietta.
Doveva proteggerla.
Anch’io volevo proteggerla.
Un drago.
Yuko, ti tatuo un drago!
Rosso. Come la tua luce.
Avvolto sul cuore.
Per difenderlo.
Via la T-shirt! Sì?
Quando vuoi. Anche subito!
Un drago rosso sul cuore.
Ma senza gli occhi.
Così non volerà via.
Rimarrà qui dove lo sto tatuando.
Custode del tuo mistero.
Che è per me una lama a doppio taglio.
Assisterò al progressivo sbiadire della tua luce anche sotto le sfumature del mio drago?
Al suo creatore non potrebbe nascondere il disamore del tuo cuore atomico.
Per questo me ne sono andato.
Yuko, cosa avresti fatto al mio posto?

– Devo scappare! – Fa Boris piazzandosi sotto il mio muso. – La tipa, quella che…

Io già non l’ascolto più.
– La porto a cena fuori… – continua lui svincolandosi verso l’uscita.
Sono ancora a Firenze, nello studio con Yuko e la mia fedele macchinetta a bobina che assicura il controllo totale del lavoro.
– Per il soggetto ti dirò, magari chiedo consiglio a lei…
Era davvero il meglio che potessi darle? Un tatuaggio e tutta la mia paura.
– Anche se non ho capito perché, va bene, niente draghi…
È sempre nei miei pensieri.
– Ma almeno toglilo dal catalogo…

Quel disegno sta lì per lei.
Un giorno, forse, tornerà.
A reclamare gli occhi del suo drago. Così che possa volare via.

– Ciao Lucio.

Solo allora saprò che Yuko mi ha perdonato.
Quando il drago della ragazza dal cuore atomico avrà gli occhi.

– Ti chiamo domani.

Un giorno.
Forse.

Trittico della luce

Foto by Dyu – Ha on Unsplash
Alba
Tira il lembo, piano, fallo
con amore e la notte si
arrenderà di nuovo, per
il giorno nuovo alla luce
dell’alba rosata di cui 
contiamo le dita e solo
dopo, poi, facciamo silenzio.
Silenzio senza preghiera e
redenzione dello sguardo.

Mezzogiorno
Dove si nascondono i nostri
demoni meridiani? Dicono
di cercare nell’ombra, ma
io credo che la luce sia proprio
il miglior nascondiglio. Eccoli
che gemono e chiedono
rifugio, ma noi possiamo
solo scriverli tra le fratture
del giorno che esplode ancora
e ancora nei nostri occhi.

Occaso
La prima benda era l’alba 
rosata, la seconda solo
luce meridiana e cieca.
Così procede il giorno,
ferita dopo ferita e
arriva di nuovo nel
nido della notte questo
desiderio di vita che
si rinnova nonostante
gli anni, luce dopo luce.

01/02/2023 - 22/05/2023

*, **, ***

Photo by Danny Howe on Unsplash
*
Concentrarsi per 
sentire quel 
gracidio di note
valicare i
sedili davanti e
il caldo di 
quella luce del 
finestrino sulla guancia
l’alba che 
andavamo al mare.


**
Nel freddo stamattina 
la signora ha le 
caviglie gonfie e dà i 
santini a chi la guarda e
le foglie
le circondano i piedi di 
una luce
rossa come
le sue mani.


***
Uccelli intorno a 
una pozzanghera di
sole. E abbattuta fuori
una neve di specchi 
un silenzio 
breve di visi 
e di nasi trasparenti 

senza fiato.

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