Foto di Jorik Kleen su Unsplash

Abbiamo viaggiato così a lungo, io e te, per non arrivare da nessuna parte. Abbiamo desiderato tenerezza, lenzuola pulite stese al sole, un posto dove avere fondamenta. Ma come trovarle sulla riva di un fiume in piena? Eravamo argilla morbida, io e te, acqua e terra. 

Con la stagione secca, nuvole di polvere si avvicinavano alla nostra casa. Una voce disse di scappare prima del loro arrivo, prima che non restasse più niente di noi. Era la voce del mio amore. Tutto è morto. La terra, gli animali, l’acqua, gli amici. Ho afferrato una manciata di semi minuscoli con cui facciamo il pane, l’ho messa in tasca. Li sgrano tra le dita quando non so andare avanti, non so tornare indietro. 

Come può una persona essere due? Come due diventano una? Quando abbiamo lasciato la nostra terra eravamo già io e te. E insieme al ventre è cresciuta la scorza che mi racchiude, che sopporta e sostiene. La mia scorza si ispessiva, e tu eri protetta. Abbiamo camminato attraverso la sabbia arida e senza fine. La nostra argilla sempre più secca pregava acqua. L’urina era come un sollievo tra la massa di corpi nel buio del furgone. Ascoltavamo cadere quelli aggrappati fuori a questa scialuppa nel deserto.  

Abbiamo aspettato, io e te. In una terra desolata, alla mercé di guardiani feroci. Il loro alito puzzava di alcol cattivo, non come il vino dolce di casa. Non c’era più musica nelle mie orecchie, il suono delle corde pizzicate, il canto profondo delle donne, ma solo le loro parole biascicate piene di derisione. La mia lingua un sogno dimenticato, dimenticati i piedi nudi sull’erba e il vento nei capelli, l’odore di spezie e guava, il miele dei dolci morbidi.

Il corpo doveva cambiare forma, era tempo. La pressione lungo i fianchi, il bacino, la parte bassa della schiena arcuata in avanti. Una carezza sulla pelle tesa, calci e slittamenti, in utero. Acqua tiepida tra le gambe. Il dolore e la paura hanno segnato la linea della partizione. Nel momento più vivo, ero cadavere. In quello spazio d’oltretomba, abbiamo combattuto, io e te, per stare assieme, resistere alla nuova forma. La placenta, ombra che muore, è stata gettata via da mani sconosciute. Non c’è stata cerimonia all’albero della vita. Ogni cosa sacra dimenticata, il mio sangue cibo per cani randagi. Ci siamo guardate per la prima volta, io e te, eri il mio mistero fatto carne. Ti ho nutrita. Latte bianco per ossa bianche. I miei occhi rivolti alla dolcezza delle tue minuscole mani strette a pugno. Le tue cellule nel mio sangue, le mie nel tuo. E quelle di mia madre nelle mie e nel tuo. Una composizione di altre, io e te.

Ma il viaggio non era finito. Voci spietate l’avevano abbaiato nell’ora senza ombre. Dovevamo aspettare la notte, salire su una barca troppo piccola. Lo sgambetto della paura mi ha fatto inciampare sulla sabbia umida. Ma ho raccolto gli ultimi semi di casa, quel luogo da dove non proveniamo più, dal fondo delle tasche li ho buttati in acqua. La barca ha preso il largo. 

La nostra prima volta in mare è finita in uno schianto di onde. Ora io e te guardiamo il mondo da sotto a sopra. I pescatori ci pescano gli occhi nel mezzo del Mediterraneo. Ci vedono attraverso l’increspatura dell’acqua?

Autore

Elisabetta Giromini
+ posts

Elisabetta Giromini cambia città ogni quattro anni. Viaggia, legge e scrive molto. Ha frequentato la Bottega di narrazione di Giulio Mozzi e i suoi racconti sono stati pubblicati su Malgrado le mosche, Risme, Blam, Narrandom e altre riviste.