au-delà des limites. beyond the expectations. oltre il confine.

Categoria: Poesia

Ai panni

Foto di Mulyadi su Unsplash
Ai panni
è bastato un bucato;
al cuore una compressa,
alla pancia un pianto vero.

Unico rovello?
Eradicarlo dal cervello.

Lì senza un rumore
incanto senza tempo oltre il dolore
traccia persistente (tu, piuttosto, assente!)
indelebile 
incolore
l'odore che rimava col tuo amore.

L’odore della sera

Foto di Masaaki Komori su Unsplash
L’odore della sera è per me da sempre

la pompa gialla dell’acqua
slegata intorno ai piedi,

l’odore impastato di terra,
di fogna, di steli.

Serpente che avvolge la casa
a nutrire il giardino,

rituale che chiude la vita del giorno, di tutte le cose.

Trittico della luce

Foto by Dyu – Ha on Unsplash
Alba
Tira il lembo, piano, fallo
con amore e la notte si
arrenderà di nuovo, per
il giorno nuovo alla luce
dell’alba rosata di cui 
contiamo le dita e solo
dopo, poi, facciamo silenzio.
Silenzio senza preghiera e
redenzione dello sguardo.

Mezzogiorno
Dove si nascondono i nostri
demoni meridiani? Dicono
di cercare nell’ombra, ma
io credo che la luce sia proprio
il miglior nascondiglio. Eccoli
che gemono e chiedono
rifugio, ma noi possiamo
solo scriverli tra le fratture
del giorno che esplode ancora
e ancora nei nostri occhi.

Occaso
La prima benda era l’alba 
rosata, la seconda solo
luce meridiana e cieca.
Così procede il giorno,
ferita dopo ferita e
arriva di nuovo nel
nido della notte questo
desiderio di vita che
si rinnova nonostante
gli anni, luce dopo luce.

01/02/2023 - 22/05/2023

*, **, ***

Photo by Danny Howe on Unsplash
*
Concentrarsi per 
sentire quel 
gracidio di note
valicare i
sedili davanti e
il caldo di 
quella luce del 
finestrino sulla guancia
l’alba che 
andavamo al mare.


**
Nel freddo stamattina 
la signora ha le 
caviglie gonfie e dà i 
santini a chi la guarda e
le foglie
le circondano i piedi di 
una luce
rossa come
le sue mani.


***
Uccelli intorno a 
una pozzanghera di
sole. E abbattuta fuori
una neve di specchi 
un silenzio 
breve di visi 
e di nasi trasparenti 

senza fiato.

L’azzardo a portata di mano

Photo by Ijon Tichy on Unsplash

marzo 2023

Un bel blu all’orizzonte è l’azzardo del cielo 
Blu senza il sole che riflette la vita e
si accende e si accende 
Blu come questo tempo che scivola
che corre, nella fretta dei passanti 
nella mente dei drogati, degli alcolisti 
dove invece è lento 
è schiacciato
il sole che acceca
Il sole che muore

Muore il blu contro di loro mentre noi
mentre noi contempliamo l’azzardo 
l’azzardo dell’orizzonte
del blu – impazzito - del tempo, 
Il tempo senza un padre 
morto nella pozza di un sole blu
sole prodigioso, che scalda, 
che protegge, ancora. 

Allora mi chiedo: 
come rendere la speranza, dove la speranza non è mai stata
se non uno strato di blu su di uno strato di blu
e ancora sfumature e ancora derive 
di rimmel sbavato su guance ruvide, arrossate dal freddo
dalla Prussia, dal cobalto, dai suoi occhi di vetro
occhi come biglie
      -     ora sono l’orizzonte, l’azzardo del tempo

La montagna

Photo by Lorenzo Lamonica on Unsplash
esse te ne stivi senza dì gnente
gli zoccoletti consumati nel tacco
ti facevano più grossa di quell che n'eri
guardavi guardavi muta
sta montagna che bruciava e sospiravi

assettata su sto blocchetto de cemento 
j’occhi persi dentr’aje fum’ e le fiamme:
non ce potevi i' più, mò, pe' quii sentieri, 
pe' quelle brecce
quanti cascatuni, quante sfracellate
senza sosta, nemmanco pe’ scherzà,
arrancando pe' quella via Crucis 

chissà se dentr’a sto lettino 
la fatica de je respiro te
rassomigliava alla salita pe' lla montagna
quann da vajoletta facivi a gare colle cugine 
e lascivi soreta sempre dietro a lagnasse

chissà se tutte le Avemmaria dette a 
ogni stazione 
t'hanno accompagnato il ricordo 
deje sole e deje bosc’
quann invece stivi chiusa e isolata

chissà

e invece le vô sapé,
j'occhi té 'nfussi, 
me dicevano lo stesso de allora, 
quanno te ne stivi senza dì gnente
gli zoccoletti consumati nel tacco,
che te facevano più grossa di quell che n'eri,
guardavi guardavi muta
sta montagna che bruciava e sospiravi

Dopo

Foto by Joe Deutscher on Unsplash
L’amore in fondo
tutto il male del mondo il giorno dopo
dopo la notte dopo la burrasca
e la moka sotto lo scroscio dell’acqua
proprio come il solito mattino
nel gorgo i grumi del caffè.
Sotto agli occhi mezzelune scure
scuro è il cielo (novembre) scura la porta chiusa.
Scusa dirà.
Mette le tazze bianche sul lavello.

Capodanno

Oramai siamo tutti vecchi 
ma ci pensiamo
come nelle foto
alla croce
con i capelli al vento
abbracciati e atletici
ci pensiamo ballare e innamorarci
degli altri e fra di noi
una cogli occhi truccati d’argento
un’altra sdraiata sulla spiaggia
che fa ciao
e lui con la cravatta spiritosa e i denti storti
ci pensiamo sempre così
e non sbagliamo.
Sarà lei che non scopre più le ginocchia
ma ancora porta il rosso
o lui
che non si è mai sposato
o quell’altra
coi cani da portare al parco
il primo chi sarà
non sappiamo
né come
ma che un giorno saremo uno di meno questo è certo
scommettiamo
dopo i brindisi di Capodanno
quando le scarpe cominciano a fare male
e i giovani sono irraggiungibili.
Beati loro diciamo
ma non pensiamo davvero
che abbiano amori caldi come i nostri
e di nuovo qualcuno distribuisce le carte
e facciamo un altro giro 
di notte e di bicchieri.
E intanto ci innamoriamo ancora
e non smettiamo
di un attore nemmeno tanto bello
o della figlia di un amico
o di un racconto.

Il tuo nome


Photo by sanjiv nayak on Unsplash
 
Vorrei chiamarti col nome delle cose,
poggiata tra un giocattolo e l’ombrello,
con una voce immaginata,
che appesa al mio volante
chiede scusa al colore delle nuvole,
senza spazio tra le labbra
sotto questa maschera aperta.

Ma il nome in cui tua madre ti ha avvolta
suona più a lungo di due sillabe
ubriaca il mio viso e mi frigge nella voce.

Il tuo nome è brandello di pagine
senza il cuore di una virgola.
Oggi da lontano 
aggiusto sulle tue labbra
il suono del mio.

Cerniere

Mi sorridono e questo lenzuolo di bianco silenzio
loro lo chiamano normale paura 
e mi chiedono un dito puntato sui miei anni di te.

Sono arrivata qui per la tua strada 
mi hai trovata bambina
imparavo a stare in posa per una cornice
e il loro star male
me lo curavano in jingle annacquati
che io ricalcavo in un disegno di me adulta.
La bambola con la treccia me l’aveva regalata papà:
«ti piace tanto giocare a fare la mamma»
e io la tenevo custodita nella mia borsetta di bimba
chiusa con la cerniera.

Di papà avevi le mani 
grandi e forti e la tua voce
cadeva e accompagnava il loro battere: era la cura
da quel cieco giardino di ovatta colorato 
dal pastello leggero di ogni giorno.

Me lo imprimesti nella pelle a mani, a voce
quel canto senza specchi, senza terra per i piedi
e se cadevo per annusare il profumo dell’erba
tu mi rialzavi:
«ti piace troppo giocare a fare la bambina».
Vogliono questo dito puntato contro di te
per restituirmi il tuo nome
con la ceralacca del malvagio.

Le cerniere rosse di pelle ricucita a filo,
che toccando il lenzuolo silenzioso
ancora bruciano sulla schiena, sul viso
custodiscono
quello che tu mi hai lasciato, amore.

Non posso chiamare papà
non posso bruciare anche in lui.

Dopo è una schiavitù

foto di Nicole Queiroz on Unsplash
Nuvola

tuffarci la faccia

entrarci come un pesce

o un atleta in volo

in un flusso di gravità

un progresso di

perdita e attesa

di tornare all’aria

alle capriole di vento

di cui siamo fatti.
Andare

da un lato all’altro

di questa grande casa

lungo i corridoi di voci

delle donne che qui

hanno pianto e figliato.

Non tirare il pavimento a cera

che dopo è una schiavitù

come la tinta bionda.

Allargare lo sguardo

agli angoli

e nella prospettiva.

Riempivo

il vaso di fiori,

tanti, e lì li stipavo,

all’ingresso:

sembravano una testa

e i suoi capelli.

Poi

il vaso s’è rotto:

schegge d’acqua

e di creta si son sparse

in fuga fra le piastrelle.

La testa e i suoi capelli

sul pavimento dell’ingresso.
Stipite

della porta

la sua verticalità

custodisce tra le fibre

un progetto di appoggio:

vibra tra le piste

lucide di copale

mi ci schiaccio così bene

quando fremo di freddo

fuori, dove mi hai chiuso

ad aspettare

te.

I pappagalli tornano sempre a Roma

Foto di Oscar Söderlund on Unsplash
Un urlo

           -    belva o foresta

vorrei dar forma

a quello che non posso dire


Parlerei così alla notte, senza digrignare i denti

            disegnando ritorni


Le nostre case

       sono in preda alle maree


Mi regali l’inverno, ma aspetto i pappagalli!

Non hai visto quanti pappagalli c’erano

a Roma, sulle palme?
Mi chiedi da dove vengo

ti ripeto, il punto è un altro

dobbiamo partire adesso, si sta facendo tardi

Allora chiedimi

            chiedimi caro mio:

         -  dove andremo quest’anno?

Chiedimi quale luce vedremo all’orizzonte

una vita piena di città

              che non hanno il sapore di una casa

una vita da belva, da assassino


La luce pugnala il nostro risveglio

siamo già altrove, ma non ci siamo persi

altri fili scendono come parche sui nostri sogni

alla fine vedrai, vedrai anche tu

laggiù, l’ultima parola sarà scritta col fuoco

È solo primavera, d’après William Carlos Williams1

Ma dentro ogni amenità

si nasconde una primavera


Un tornare, adesso sei

e saresti stato

riva e oceano e andiamo, vieni

andiamo via da qui

ancora più in là, più lontano


Brucia il corallo, le luci

ubriache, tremolanti neon e

ancora il cielo

ancora lui


A ogni modo,

adesso infine siamo arrivati

sotto l’impennata delle

nuvole,

chiazzate di rosso


Allora andiamo,

prima o poi ci fermeremo

quando il cielo sarà colmo

delle nostre lacrime selvagge

di baci dati,

e baci ancora da dare


Lo vedi, si è rotto

mi chiedi: che cosa?

il cielo va in frantumi, tesoro.

È solo primavera.

1 William Carlos Williams, La primavera e tutto il resto, Tommaso di Dio (a cura di), FinisTerrae, Pavia, 2020.

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