au-delà des limites. beyond the expectations. oltre il confine.

Categoria: Poesia

Dopo

Foto by Joe Deutscher on Unsplash
L’amore in fondo
tutto il male del mondo il giorno dopo
dopo la notte dopo la burrasca
e la moka sotto lo scroscio dell’acqua
proprio come il solito mattino
nel gorgo i grumi del caffè.
Sotto agli occhi mezzelune scure
scuro è il cielo (novembre) scura la porta chiusa.
Scusa dirà.
Mette le tazze bianche sul lavello.

Capodanno

Oramai siamo tutti vecchi 
ma ci pensiamo
come nelle foto
alla croce
con i capelli al vento
abbracciati e atletici
ci pensiamo ballare e innamorarci
degli altri e fra di noi
una cogli occhi truccati d’argento
un’altra sdraiata sulla spiaggia
che fa ciao
e lui con la cravatta spiritosa e i denti storti
ci pensiamo sempre così
e non sbagliamo.
Sarà lei che non scopre più le ginocchia
ma ancora porta il rosso
o lui
che non si è mai sposato
o quell’altra
coi cani da portare al parco
il primo chi sarà
non sappiamo
né come
ma che un giorno saremo uno di meno questo è certo
scommettiamo
dopo i brindisi di Capodanno
quando le scarpe cominciano a fare male
e i giovani sono irraggiungibili.
Beati loro diciamo
ma non pensiamo davvero
che abbiano amori caldi come i nostri
e di nuovo qualcuno distribuisce le carte
e facciamo un altro giro 
di notte e di bicchieri.
E intanto ci innamoriamo ancora
e non smettiamo
di un attore nemmeno tanto bello
o della figlia di un amico
o di un racconto.

Il tuo nome


Photo by sanjiv nayak on Unsplash
 
Vorrei chiamarti col nome delle cose,
poggiata tra un giocattolo e l’ombrello,
con una voce immaginata,
che appesa al mio volante
chiede scusa al colore delle nuvole,
senza spazio tra le labbra
sotto questa maschera aperta.

Ma il nome in cui tua madre ti ha avvolta
suona più a lungo di due sillabe
ubriaca il mio viso e mi frigge nella voce.

Il tuo nome è brandello di pagine
senza il cuore di una virgola.
Oggi da lontano 
aggiusto sulle tue labbra
il suono del mio.

Cerniere

Mi sorridono e questo lenzuolo di bianco silenzio
loro lo chiamano normale paura 
e mi chiedono un dito puntato sui miei anni di te.

Sono arrivata qui per la tua strada 
mi hai trovata bambina
imparavo a stare in posa per una cornice
e il loro star male
me lo curavano in jingle annacquati
che io ricalcavo in un disegno di me adulta.
La bambola con la treccia me l’aveva regalata papà:
«ti piace tanto giocare a fare la mamma»
e io la tenevo custodita nella mia borsetta di bimba
chiusa con la cerniera.

Di papà avevi le mani 
grandi e forti e la tua voce
cadeva e accompagnava il loro battere: era la cura
da quel cieco giardino di ovatta colorato 
dal pastello leggero di ogni giorno.

Me lo imprimesti nella pelle a mani, a voce
quel canto senza specchi, senza terra per i piedi
e se cadevo per annusare il profumo dell’erba
tu mi rialzavi:
«ti piace troppo giocare a fare la bambina».
Vogliono questo dito puntato contro di te
per restituirmi il tuo nome
con la ceralacca del malvagio.

Le cerniere rosse di pelle ricucita a filo,
che toccando il lenzuolo silenzioso
ancora bruciano sulla schiena, sul viso
custodiscono
quello che tu mi hai lasciato, amore.

Non posso chiamare papà
non posso bruciare anche in lui.

Dopo è una schiavitù

foto di Nicole Queiroz on Unsplash
Nuvola

tuffarci la faccia

entrarci come un pesce

o un atleta in volo

in un flusso di gravità

un progresso di

perdita e attesa

di tornare all’aria

alle capriole di vento

di cui siamo fatti.
Andare

da un lato all’altro

di questa grande casa

lungo i corridoi di voci

delle donne che qui

hanno pianto e figliato.

Non tirare il pavimento a cera

che dopo è una schiavitù

come la tinta bionda.

Allargare lo sguardo

agli angoli

e nella prospettiva.

Riempivo

il vaso di fiori,

tanti, e lì li stipavo,

all’ingresso:

sembravano una testa

e i suoi capelli.

Poi

il vaso s’è rotto:

schegge d’acqua

e di creta si son sparse

in fuga fra le piastrelle.

La testa e i suoi capelli

sul pavimento dell’ingresso.
Stipite

della porta

la sua verticalità

custodisce tra le fibre

un progetto di appoggio:

vibra tra le piste

lucide di copale

mi ci schiaccio così bene

quando fremo di freddo

fuori, dove mi hai chiuso

ad aspettare

te.

I pappagalli tornano sempre a Roma

Foto di Oscar Söderlund on Unsplash
Un urlo

           -    belva o foresta

vorrei dar forma

a quello che non posso dire


Parlerei così alla notte, senza digrignare i denti

            disegnando ritorni


Le nostre case

       sono in preda alle maree


Mi regali l’inverno, ma aspetto i pappagalli!

Non hai visto quanti pappagalli c’erano

a Roma, sulle palme?
Mi chiedi da dove vengo

ti ripeto, il punto è un altro

dobbiamo partire adesso, si sta facendo tardi

Allora chiedimi

            chiedimi caro mio:

         -  dove andremo quest’anno?

Chiedimi quale luce vedremo all’orizzonte

una vita piena di città

              che non hanno il sapore di una casa

una vita da belva, da assassino


La luce pugnala il nostro risveglio

siamo già altrove, ma non ci siamo persi

altri fili scendono come parche sui nostri sogni

alla fine vedrai, vedrai anche tu

laggiù, l’ultima parola sarà scritta col fuoco

È solo primavera, d’après William Carlos Williams1

Ma dentro ogni amenità

si nasconde una primavera


Un tornare, adesso sei

e saresti stato

riva e oceano e andiamo, vieni

andiamo via da qui

ancora più in là, più lontano


Brucia il corallo, le luci

ubriache, tremolanti neon e

ancora il cielo

ancora lui


A ogni modo,

adesso infine siamo arrivati

sotto l’impennata delle

nuvole,

chiazzate di rosso


Allora andiamo,

prima o poi ci fermeremo

quando il cielo sarà colmo

delle nostre lacrime selvagge

di baci dati,

e baci ancora da dare


Lo vedi, si è rotto

mi chiedi: che cosa?

il cielo va in frantumi, tesoro.

È solo primavera.

1 William Carlos Williams, La primavera e tutto il resto, Tommaso di Dio (a cura di), FinisTerrae, Pavia, 2020.

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